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Tiriolo all'epoca dei Baccanali

 

 

S. Ferri[1], dai documenti da lui esaminati, ritiene si possa ricavare che "Tiriolo (Teura?)[2] non fu una polis nel senso topografico della parola ma una località, o, per usare la parola tecnica dei consoli un ager". Era infatti un territorio scarsamente urbanizzato e popolato da piccole comunità disperse nelle campagne. Lo studioso esprime un parere generalmente condiviso. Il Pailler[3] ritiene questa visione delle cose accettabile a condizione di rimpiazzare la parola con conciliabulum[4] e forse con praefectura[5]. Questo però può essere vero per il periodo successivo alla fine della seconda guerra Punica, quando Tiriolo divenne quasi certamente ager publicus e cominciò a determinarsi la presenza significativa nella zona di cittadini Romani. Era abitata da non greci: bruzi o bruzio lucani, italici insomma superficialmente ellenizzati, come si rileva dalla onomatologia[6]. Esisteva però una zona monumentale che doveva essere il centro delle attività più importanti dell'ager (quelle politiche, economiche, sociali e religiose)[7].

E' appunto in questo luogo che fu trovata la famosa tavoletta di bronzo del 186 a. C., che riportava copia dell'editto consolare sui Baccanali[8]. Essa fu trovata in mezzo a numerosi ed importanti resti antichi che, purtroppo, sono andati perduti e di essi non rimane nemmeno una minima descrizione. Lì si trovavano i quattro o cinque edifici di cui Tiriolo conserva le tracce e costituivano l'oppidum in un luogo adatto alla difesa[9].

Il luogo monumentale doveva comprendere un tempio (la tavoletta fu infatti ritrovata in mezzo a resti di colonne, di basi, di architravi, di fregi)[10] dedicato a qualche divinità molto venerata e di particolare rinomanza non solo in agro teurano ma anche nelle zone limitrofe. Si trattava probabilmente di Dioniso - Bacco. Infatti alcuni oggetti trovati nelle rovine di Tiriolo e descritti da Ferri sembrano ex voto e fanno pensare al culto dionisiaco:

- un Eros (o Bacco?) alato di terracotta;

- una testa di Sileno a orecchie porcine con sulla fronte acini di uva dionisiaca; E' il documento più notevole trovato a Tiriolo. "Si tratta di un elmo da parata a sottili pareti (alt. O.17, diam. mas. 0.18) a calotta, con ghiera di bronzo e un buco in alto; fronte ornata con cirri di capelli frammisti a foglie di edera e ai lati due grossi orecchi pelosi (resta solo quello di destra); cerniere per le paragnatidi; paranuca riccamente decorato da due sistemi di girali sorgenti da un cespo di acanto" [11];

- due piccoli dischi di terracotta (oscilla) con l'iscrizione in caratteri greci e indicanti i nomi dei fedeli che li avevano offerti alla divinità: PAKIOU - KALONIOU. Dei due nomi che vi compaiono il primo, Pakiv, sembra a Ferri un nome osco; il secondo, Kaloniov, a parere di Pailler[12], sembra rivelare una relazione del fedele che lo ha offerto con la città greca assai vicina di Caulonia.

E' pure molto probabile che in questo luogo vi si svolgesse settimanalmente[13] un importante mercato (nundinae), al quale confluivano per vendere o comprare le popolazioni disperse nelle campagne dell'ager ma anche gente proveniente dalle zone limitrofe. Anche questo potrebbe spiegare la scoperta nel luogo delle rovine di Tiriolo di monete della vicina colonia latina di Vibo Valentia.

Tiriolo occupava una posizione strategica particolarmente importante: esso, posto in posizione dominante, nel punto più stretto della strada (la sella di Marcellinara) che congiungeva il mare Ionio con il Tirreno, svolgeva un ruolo difensivo e controllava il traffico commerciale che si svolgeva tra il golfo di S.Eufemia e quello di Squillace. Questo comportava per la località un soddisfacente benessere economico.

Durante la seconda guerra punica, e precisamente dopo la battaglia di Canne (217 a.C.), la comunità dei Teurani probabilmente, come la maggior parte dei Bruzi, tradì l'alleanza con Roma e passò dalla parte di Annibale. Livio infatti ci tramanda che Magone, figlio di Amilcare, fu inviato da Annibale a Cartagine ad annunciare la vittoria, "ma non era stato inviato direttamente dal campo di battaglia e si era trattenuto alcuni giorni per ricevere la resa delle città del Bruzio a mano a mano che esse abbandonavano l'alleanza romana"[14]. Giunto a Cartagine il fratello di Annibale poteva annunciare insieme alla vittoria di Canne anche che i "Bruzi gli Apuli e parte dei Sanniti erano passati dalla parte dei Cartaginesi"[15]. Livio a più riprese ci parla delle località bruzie che erano passate ad Annibale, ma tra di esse non figura la località di Tiriolo, forse perché compresa tra quelle che egli definisce ignobiles ciuitates o ignobiles populi[16].

Tuttavia le numerose monete puniche trovate nel territorio di Tiriolo attestano certamente uno stretto rapporto commerciale degli abitanti locali con i Cartaginesi e sembrano dimostrare che anche l'ager Teuranus era passato dalla parte di Annibale[17]. L'importanza strategica di Tiriolo non deve essere sfuggita al generale cartaginese che pare abbia installato nel porto di Squillace il suo accampamento[18], cioè a pochi chilometri da Tiriolo. Le molte monete puniche trovate nel territorio di Tiriolo dimostrano pure che il periodo cartaginese per la località fu di grande floridezza economica anche se essa fu di breve durata. Negli anni successivi Roma infatti riuscì gradatamente a riconquistare il territorio del Bruttium, ma furono necessarie molte battaglie per costringere alla resa una popolazione orgogliosa della propria libertà e pronta a difenderla con tutti i mezzi. Che i Bruzi non si erano arresi senza combattere, ci è testimoniato dal fatto che poco prima che Scipione portasse la guerra in Africa le loro fortezze erano diventate un ammasso di rovine[19] e sappiamo bene che i Romani non erano molto teneri verso quei popoli che non si assoggettavano subito alla loro volontà oppure si ribellavano al loro potere. Bisogna aggiungere che non solo la lotta per la riconquista fu dura e difficile ma la riconquista si dimostrava anche assai precaria.

Sappiamo infatti che il clima in queste località non doveva essere dei più pacifici, se Roma continuò a mantenere nella zona consistenti forze militari e trasformò il Bruzio in una provincia praetoria. Nel 200 a.C. infatti vi fu inviato il pretore Q. Minucio Rufo con un contingente militare di cinquemila alleati della confederazione latina[20]. C'era indubbiamente il timore che potesse avvenire uno sbarco degli alleati orientali di Annibale (Antioco, ...), ma non solo questo. Il mandato infatti gli fu prorogato per l'anno successivo affinché portasse a termine l'indagine sulle congiure che nell'anno precedente aveva condotto con coscienziosità e zelo[21].

Il riferimento preciso a coniurationes fa capire che il territorio non solo era stato riconquistato dopo dure lotte, ma non era stato ancora del tutto pacificato. Le molte popolazioni che si erano schierate con Annibale "ribollivano d'ira" (ira tumentes) e rappresentavano un costante pericolo per la pace romana. Per questo motivo era stato ordinato ai consoli di arruolare due legioni urbane, da inviare ovunque la situazione lo richiedesse"[22]. Il punto di vista romano sulla inaffidabilità di queste località è sintetizzato in modo preciso dal console del 200 a.C. Publio Sulpicio che, durante i comizi, parlando nell'assemblea per esortare il popolo alla guerra contro Filippo V di Macedonia, dei Lucani, Bruzi e Sanniti afferma: "Queste popolazioni defezioneranno sempre, purché vi sia un nemico a cui unirsi"[23]. Questo spiega molto bene l'atteggiamento romano verso queste popolazioni dopo la riconquista . Lo storico Appiano ci testimonia che, dopo la partenza di Annibale per l'Africa, mentre gli altri popoli che erano passati dalla sua parte furono perdonati ed amnistiati, i Bruzii, non solo furono severamente puniti, ma anche umiliati: furono espropriati di buona parte del loro territorio, furono disarmati, non furono più considerati uomini liberi e perciò non furono più utilizzati come soldati ma solo come servi dei magistrati e degli strateghi che si recavano nelle province[24].Tali dati sono generalmente confermati da Gellio: I Romani non consideravano i Bruzi alleati poiché erano stati i primi a passare dalla parte di Annibale. Anche lui insiste sull'umiliazione inflitta ai Bruzi[25].

Quindi il vasto territorio del Bruzio centrale, circondato dalle città alleate di Petelia e di Consentia a nord e dalle colonie costiere di Buxentum a nord-ovest, di Copia-Turi a nord-est, di Crotone a sud-est, di Temsa a sud-ovest, riconquistato con la forza, viene punito severamente e diventa generalmente ager publicus, "estensioni immobiliari che formavano oggetto di un potere di godimento e di disposizione del populus Romanus perfettamente analogo al dominium ex iure Quiritium dei privati"[26]. Da aggiungere che Roma aveva un interesse particolare a gestire direttamente questo territorio perché comprendeva le alte e ricche foreste della Sila, di capitale importanza per le costruzioni navali[27]. I Romani inoltre ne ricavavano larghe rendite con lo sfruttamento delle sostanze resinose (pece)[28].

Sembra quindi sicuro che l'ager Teuranus, che occupava quasi il cuore di questo territorio, dopo la fine della seconda guerra punica, divenne ager publicus e probabilmente sottoposto alla giurisdizione di un "prefetto". Infatti in tutte le località d'Italia in cui erano stati aboliti i magistrati locali, perché si erano ribellate ai Romani e vi si svolgeva un mercato, venivano inviati da Roma prefetti, perché amministrassero la giustizia[29]. E Tiriolo si trovava proprio in queste condizioni (non aveva più magistrati locali e vi si svolgeva un mercato)[30]. E' però probabile che l'ager Teuranus non fosse sede di una prefettura autonoma, come pensa Cahrstedt[31], poiché le prefetture erano distretti amministrativi delle città più grandi[32]e Tiriolo non era una grande città ma semplicemente un ager[33]. Le sue esigenze giudiziarie probabilmente erano soddisfatte dal prefetto che dimorava nella relativamente vicina colonia romana di Temsa[34] fondata nel 194 a. C. insieme ad altre (Siponto, Buxentum, Croton, ecc.)[35] probabilmente anche allo scopo di fornire ai cittadini romani dimoranti nel sud Italia dei centri dove rivolgersi per le loro esigenze giudiziarie[36]. Essa infatti si trovava più o meno alla stessa distanza (50 -75 chilometri) che separava i cittadini dell'ager Romanus intorno a Roma dal pretore nella stessa Roma[37].

Un'altra cosa da sottolineare è che dopo la riconquista romana di tutto il territorio dei Bruzii, Tiriolo perse la sua importanza strategica e commerciale (la potenza romana garantiva ormai la piena libertà al transito delle merci attraverso la sella di Marcellinara) e cominciò inesorabilmente a decadere.

Quando nel 186 giunse da Roma una copia dell'editto consolare che stabiliva le nuove norme limitative del culto di Bacco approvate da Senato il 7 ottobre, Tiriolo era probabilmente un territorio per buona parte di proprietà del popolo romano (ager publicus), dominato da cittadini romani che lo sfruttavano per i propri interessi. Gli abitanti locali, umiliati e sfruttati non erano più alleati dei Romani e nemmeno uomini liberi. Non avevano più magistrati locali superiori, quelli che detenevano il supremo potere, quello politico e militare, forse mantenevano magistrati inferiori, quelli che avevano il compito di eseguire gli ordini ricevuti dalle autorità romane. Sembra probabile che non molto tempo dopo che la tavoletta con la copia del decreto fu inchiodata sulla parete di qualche monumento importante, almeno tutto il centro monumentale fu distrutto, forse dai Romani[38] perché le prescrizioni senatoriali non erano state adeguatamente rispettate dagli abitanti, oppure da un terremoto[39], oppure da qualche altra causa.

E' certo che molte altre copie dell'editto furono inviate da Roma in altre località, probabilmente a quelle che il Pailler[40] definisce points chauds, luoghi in cui il movimento bacchico aveva mostrato e continuava a mostrare maggiore pericolosità. Tuttavia quella di Tiriolo è l'unica che si è conservata. E' logico chiedersi il perché. L'unica ipotesi plausibile è stata formulata da J.M. Pailler. Durante la distruzione del centro monumentale, la tavoletta andò a finire in mezzo alle rovine, dove rimase nascosta, ma anche fortunatamente protetta, per parecchi secoli finché nel 1640 fu riscoperta durante i lavori di scavo delle fondamenta del palazzo del principe G.B. Cigala[41]. E' evidente da ciò che il centro monumentale dopo la sua distruzione, comunque avvenuta, non fu più ricostruito e il luogo rimase abbandonato fino a tale data. Anche questo è un segno evidente che la località di Tiriolo, dopo la riconquista romana, cadde in una crisi profonda dalla quale non riuscì a sollevarsi per molti secoli. La crisi già iniziata con la riconquista romana e con la perdita della libertà politica e militare, raggiunse il suo punto culminante subito dopo il 186. La crisi è confermata in modo chiaro anche dallo scarso ritrovamento nel territorio di Tiriolo di monete romane, specie se paragonata al ritrovamento delle molte monete puniche.

Riassumendo possiamo affermare che Tiriolo, grazie alla sua posizione strategica fino agli ultimi anni del terzo secolo a.C. godette di una buona agiatezza economica che raggiunse il massimo sviluppo nel breve periodo Cartaginese. Dopo la fine della seconda guerra punica però, riconquistata dai Romani, divenne per buona parte ager publicus, perse la sua importanza strategica e il controllo del traffico commerciale tra le due sponde della Calabria e cadde in una crisi sempre più profonda. All'epoca di Cesare la vita economica e sociale della comunità dei Teurani è piuttosto scarsa[42].


 

[1] S. Ferri, Tiriolo. Trovamenti fortuiti e saggi di scavo, in N.S.A., 1927, p. 343.

[2] Questo dovrebbe essere stato il nome della città (E. Kirsten, Viaggiatori e vie in epoca greca e romana, in Vie di Magna Grecia, Atti Taranto II, 1962, p. 142).

[3] J.M. Pailler, Bacchanalia, La repression de 186 av. J. C. à Rome et in Italie, Roma 1988, p. 292

[4] Il termine conciliabulum, così come forum, indicava il luogo dove si tenevano le assemblee popolari (la parola col tempo è venuta a indicare la stessa assemblea) (E.M. s.u. concilium). Ma mentre forum era il luogo di riunione del popolo nei centri più importanti, conciliabulum era quel luogo del territorio dei distretti popolati di cittadini romani che non avevano un centro cittadino in cui si radunavano per provvedere ai loro interessi, specialmente sacri, per tenere mercati, per ricevere comunicazioni delle leggi del popolo e degli ordini dei magistrati romani (G. De Sanctis, Storia dei Romani, II, p. 450).

[5] Vedi dopo.

[6] S. Ferri, op. cit., p. 343.

[7] Essa doveva costituire il centro della piccola località di Teura, una specie di capitale del territorio circostante.

[8] Ritenuta per molto tempo una copia originale del Senatus consultum de Bacchanalibus del 186 a. C., anche da autorevoli studiosi, è oggi generalmente considerata una lettera circolare dei consoli o, più propriamente, un editto consolare (Cfr. Livio, XXXIX, 14, 7: Edici praeterea in urbe Roma et per totam Italiam edicta mitti [...]. Haec senatus decreuit. K. Kupfer conclude un suo recente articolo (Anmerkungen zu Sprache und Textgattung des Senatus Consultum de Bacchanalibus, in Glotta, LXXX, 2004, p. 158-160) con una accurata dimostrazione che " CIL I² 581 ist ein Edikt"). Si può comunque affermare che nella prima parte dell'editto (fino al rigo 22) i consoli riproducono abbastanza fedelmente il verbale della seduta del Senatus Consultum de Bacchanalibus. In esso vengono stabiliti sul culto di Bacco alcuni divieti assoluti e altri con deroghe concedibili a condizioni molto rigorose. Nei righi 23-30 vengono comunicate alle autorità locali norme circa la pubblicazione dell'editto, la pena di morte per i trasgressori di qualunque dei divieti stabiliti dal senato e la distruzione, entro dieci giorni dalla ricezione della tavoletta, di tutti i santuari di Bacco non autorizzati. em>

[9] R. Spadea, Tiriolo e l'ager teuranus, in Magna Grecia, 1971, VI, 1971, pp.3 - 4; 9 - 10; 16 - 20.

[10] Th. Mommsen, in C.I.L., I², 581. "Lamina ahenea olim clavis parieti affixa (...) reperta inter plurima antiquitatis vestigia, columnarum scapos integros fractos, bases, zophoros, epistylia (...) a 1640 Tirioli...."

[11] S. Ferri, op. cit., p. 348 s.)

[12] J. M. Pailler, op. cit., p. 294..

[13] Nella lettera dei consoli si ordina alle autorità locali di pubblicizzare le disposizioni dei senatori per un periodo di tre mercati consecutivi (= di un triplice spazio di nove giorni, trinum noundinum).

  • [14] Livio, XXIII, 11, 7: Dum haec Romae atque in Italia geruntur, nuntius uictoriae ad Cannas Carthaginem uenerat Mago Hamilcaris filius, non ex ipsa acie a fratre missus sed retentus aliquot dies in recipiendis ciuitatibus Bruttiorum quae deficiebant.

[15] Livio, XXIII, 11, 11: Bruttios Apulosque, partim Samnitium ac Lucanorum defecisse ad Poenos

[16] Livio XXIX, 38, 1: Eadem aestate in Bruttiis Clampetia a consule ui capta, Consentia et Pandosia et ignobiles aliae ciuitates uoluntate in dicionem uenerunt..; Livio , XXX, 19, 10: Ad Cn Seruilium consulem, qui in Bruttiis erat, Consentia, Aufugum, Bergae, Baesidiae, Ocriculum, Lympheum, Argentanum, Clampetia multique alii ignobiles populi senescere Punicum bellum cernentes defecere. Cf. F. Costabile, Istituzioni e forme costituzionali nelle città del Bruzio in età romana, Napoli, 1984, p. 92.

[17] Si tratta di monete d'argento e di zecca siculo-punica, con testa femminile coronata di spighe (la dea Tanit) al diritto e il classico cavallino al verso. L'animale sotto la pancia presenta un globetto che significherebbe un alleato di Cartagine. Un centinaio di esse sono conservate nel Museo Nazionale di Reggio Calabria, ma molte altre si trovano nelle numerose collezioni private. Cfr. I. Manfredi, Monete puniche a Tiriolo (CZ) in RSF 17, 1989, pp. 55-60.

[18] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 95: Dein sinus et oppidum Scollacium, Scylaceum et Scyllecium Atheniensibus, cum conderent, dictum, quem locum occurrens Terinaeus sinus paeninsulam efficit et in ea portus qui uocatur Castra Hannibalis, nusquam angustiore Italia: XL p. latitudo est..

[19] Livio , XXVIII, 44, 9. Scipione parlando di Annibale in assemblea dice: in sua terra cogam pugnare eum, et Carthago potius praemium uictoriae erit quam semiruta Bruttiorum castella.

[20] Livio, XXXI, 8, 7: Praetoribus L Furio Purpurioni et Q. Minucio Rufo quina milia socium Latini nominis consules darent, quibus praesidiis alter Galliam, alter Bruttios prouinciam obtineret.

[21] Idem, XXXII, 1, 8: Prorogata imperia praetoribus prioris anni,[...] Q. Minucio ut in Bruttiis idem de coniurationibus quaestiones quas praetor cum fide curaque exercuisset perficeret et eos quos sacrilegii compertos in uinculis Romam misisset Locros mitteret ad supplicium quaeque sublata ex delubro Proserpinae essent reponenda cum piaculis curaret.

[22] Idem, XXXI, 8, 11: Et consules duas urbanas legiones scribere iussi, quae si quo res posceret, multis in Italia contactis gentibus Punici belli societate iraque tumentibus, mitterentur.

[23] Idem, XXXI, 7, 12: Haec uos, si Philippus in Italiam transmiserit, quietura aut mansura in fide creditis? Manserunt enim Punico postea bello. Numquam isti populi, nisi cum deerit ad quem desciscant, ab nobis non deficient.

[24] Appiano, Storia di Annibale, VII, 61:

[25] Gellio, Noctes Atticae, X, 3, 19: Cum Annibal Poenus cum exercitu in Italia esset et aliquot pugnas populus Romanus aduersas pugnauisset, primi totius Italiae Bruttii ad Annibalem desciuerunt. Id Romani aegre passi, postquam Hannibal Italia decessit superatique Poeni sunt, Bruttios ignominiae causa non milites scribebant nec pro sociis habebant, sed magistratibus in prouincias euntibus parere et praeministrare seruorum uicem iusserunt. Itaque hi sequebantur magistratibus, tamquam in scaenicis fabulis qui dicebantur "lorarii", et quos erant iussi, uinciebant aut uerberabant; quod autem ex Bruttiis erant, appellati sunt "Bruttiani"..

[26] A. Guarino, Storia del diritto romano, Milano, 1963, p. 224-225.

[27] Dionigi di Aicarnasso (XX, 15 (20, 5 e 6) ci informa della ricchezza dei boschi della Sila e del loro interesse per la costruzione navale.

[28] Cicerone, Brutus, XXII, 85-88; Cfr. J.M. Pailler, op. cit., p. 28.

[29] Festo, De uerborum significatu, s.u. praefecturae, (p. 262 Lindsay).: Praefecturae eae appellantur in Italia, in quibus et ius dicebatur et nundinae agebantur; et erat quaedam earum r(es) p(ublica), neque tamen magistratus suos habebat. In + qua his + (quas ?) legibus praefecti mittebantur quotannis qui ius dicerent. Cfr. F. Sartori, Problemi di storia costituzionale italiota, Roma, 1953, p. 168.

[30] Nella seconda parte dell'editto, si ordina alle autorità competenti per territorio, di far conoscere in assemblea le disposizioni senatoriali durante tre mercati consecutivi (r. 22-23, trinum noundinum).

[31] U. Kahrstedt, Ager publicus und Selbstverwaltung in Lukanien und Bruttium, in Historia, 1959, p. 191: "Tiriolo gibt uns einen Begriff, wie solcher Sitz einer Präfektur aussah".

[32] E. Magaldi, Lucania romana, Roma 1947, I, p. 230.

[33] S. Ferri, op. cit., p.343

[34] Purtroppo la localizzazione di questa località non è ancora certa. La tavola Peuntingeriana la segna a 14 miglia a nord del fiume Tanno, identificato con il Savuto. Era situata probabilmente poco a sud dell'odierna Nocera Terinese.

[35] Livio, XXXIV, 45, 1.

[36] P.C. Knapp, Festus 262 L. and praefecturae in Italy, in Athenaeum, 1980,p. 37 n.87: "Part of the purpose of these colonies may have been to provide judicial service to Roman citizens living in southern Italy after second Punic war (Salernum, the eighth citizen colonies of 194, probably also served as a judicial center)".

[37] P.C. Knapp, [36] , p. 37 n. 87.

[38] S. Ferri, op. cit., p. 341-343. Contrario alla distruzione di Tiriolo da parte dei Romani si dichiara U. Kahrstedt, op. cit., p. 191. Egli ritiene che "naturalmente la località non fu distrutta dai Romani, ma si atrofizzò quando la prefettura fu sostituita da una forma di amministrazione autonoma (natürlich wurde der Platz nicht von Römern zerstört, sondern er starb ab, als die Präfektursitze durch die Selbstverwaltungskörper abgelost wurden)".

[39] R. Spadea, Nuove ricerche sul territorio dell'ager Teuranus in Klearchos, 1977, p. 146.

[40] J.M. Pailler, op. cit., p. 297.

[41] TH. Mommsen, in C.I.L., I², 581.

[42] U. Kahrstedt, op. cit., p. 191: "In der Kaiserzeit wird das Leben ganz spärlich".