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I destinatari del cosiddetto Senatus Consultum de Bacchanalibus Stampa E-mail

I destinatari del cosiddetto Senatus Consultum de Bacchanalibus [1]

(Aggiornato a gennaio - 2013)

 

 

Per sapere chi fossero i destinatari dell’editto dei consoli sui Baccanali (CIL X, 104) è sufficiente leggere le prime tre righe del testo e interpretarle correttamente. I consoli Quinto Marcio e Spurio Postumio (da notare che sono i loro nomi che spiccano all’inizio del testo), cominciano il documento evidenziando la procedura seguita. Essi dopo aver operato una violenta persecuzione dei seguaci di Bacco si resero conto che bisognava regolare per il futuro l’esercizio del culto di Bacco e la sua gerarchia.  Essi consultarono il senato (consoluerunt)[1] per un parere alle none di ottobre del 186 a.C. nel tempio di Bellona e svolsero le funzioni di segretari: Marco Claudio, Lucio Valerio e Quinto Minucio. Subito dopo evidenziano che i senatori consigliarono (censuere) che a quelli che, nell’ambito dei Baccanali (de Bacchanalibus) fossero consociati (quei foideratei esent), bisognava promulgare un editto (exdeicendum) con queste disposizioni (lett. ita). [2]

L’avverbio ita è chiaramente parola chiave: esso ci dice che il documento è l’editto dei consoli sui Baccanali in cui essi incorporano le norme consigliate dai senatori e le rendono esecutive. Secondo la costituzione romana il potere esecutivo era, infatti, esclusivo dei magistrati. I senatori potevano dare solo un parere che da solo non aveva valore legale, se il magistrato richiedente non lo faceva proprio attraverso un editto. Egli, infatti, aveva il diritto anche di non accettare il consiglio del senato o di accettarlo solo in parte.

I consoli poi evidenziano con l’uso del gerundivo, che i senatori hanno sollecitato l’editto come qualcosa di molto urgente e che i destinatari delle norme erano coloro che nell’ambito dei Baccanali avevano fatto accordi tra di loro, cioè i seguaci del culto di Bacco.

Gli studiosi hanno generalmente considerato i foideratei quelle popolazioni italiche con le quali Roma aveva stabilito un sistema d’alleanze (foedera), che potevano essere stipulate su un piano di parità (aequa) oppure sulla preponderanza di uno dei contraenti (iniqua.)[3]. Si tratta di un’interpretazione non corretta da qualunque punto di vista si guardi la questione.

Per prima cosa dai documenti che si hanno a questo riguardo emerge chiaramente che i Teurani non potevano essere Italici alleati. Infatti, dopo la battaglia di Canne (217 a.C.), quasi tutte le città del Bruzio avevano tradito l’alleanza con Roma ed erano passate dalla parte di Annibale.

Livio ci tramanda che mentre questo avveniva a Roma e in Italia, era giunto a Cartagine Magone, figlio di Amilcare, ad annunciare la vittoria di Canne. Egli non era giunto direttamente dal campo di battaglia, ma si era trattenuto alcuni giorni per ricevere la resa delle città dei Bruzi, man mano che esse abbandonavano l’alleanza con Roma.[4] Giunto a Cartagine, Magone poteva annunciare insieme alla vittoria di Canne anche che i Bruzii, gli Apuli, e una parte dei Sanniti e dei Lucani erano passati dalla parte dei Cartaginesi[5]. Egli a più riprese ci parla delle località Bruzie che erano passate ad Annibale, ma tra di esse non figura la località di Tiriolo, forse perché compresa tra quelle che egli definisce ignobiles ciuitates o ignobiles populi[6]. Tuttavia le numerose monete puniche trovate nel territorio di Tiriolo attestano certamente uno stretto rapporto commerciale degli abitanti locali con i Cartaginesi e dimostrano che anche l’ager Teuranus era passato dalla parte di Annibale[7].

Tiriolo occupava, infatti, una posizione strategica particolarmente importante: essa, posta in posizione dominante, nel punto più stretto della strada (la sella di Marcellinara) che congiungeva il mare Ionio con il Tirreno e segnava il passaggio dal fiume Amato a quello del Fallaco affluente del Corace, che Plinio[8] cita tra i fiumi navigabili e che oggi è poco più di una fiumara. Essa svolgeva un ruolo difensivo e di controllo del transito tra i due mari, separati da pochi chilometri di terra[9]. Aristotele ci fa sapere che il tragitto da Sant’Eufemia a Squillace poteva essere percorso in mezza giornata di cammino[10]. Strabone ci testimonia che la distanza era di 160 stadi, cioè di circa trenta chilometri[11]. Entrambi ricordano il progetto di Dionisio I di far costruire un muro lungo di esso per difendere la Calabria meridionale dagli attacchi degli Italici.

Una tale importanza strategica non è sfuggita al generale cartaginese che pare abbia installato il suo accampamento nel golfo di Squillace, cioè a pochi chilometri da Tiriolo[12]. Negli anni successivi Roma riuscì gradatamente a riconquistare il territorio del Bruttium, ma furono necessarie molte battaglie per costringere alla resa una popolazione orgogliosa della propria libertà e pronta a difenderla con tutti i mezzi. Che i Bruzi non si siano arresi senza combattere, è testimoniato dal fatto che, poco prima che Scipione portasse la guerra in Africa, le loro fortezze erano diventate un ammasso di rovine.[13] Sappiamo bene che i Romani non erano molto teneri con quei popoli che non si assoggettavano subito alla loro volontà, oppure si ribellavano al loro potere.

Bisogna aggiungere che non solo la lotta per la riconquista era stata dura e difficile ma la riconquista si dimostrava anche assai precaria. Sappiamo, infatti, che il clima in queste località non doveva essere dei più pacifici, se Roma continuò a mantenere nella zona consistenti forze militari e trasformò il Bruzio in una provincia praetoria. Nel 200 a.C., infatti, vi fu inviato il pretore Minucio Rufo con un contingente militare di cinquemila alleati della confederazione latina[14]. C’era indubbiamente il timore che potesse avvenire uno sbarco degli alleati orientali di Annibale, ma non solo questo. Il mandato, infatti, gli fu prorogato per l’anno successivo affinché portasse a termine l’indagine sulle congiure che nell’anno precedente aveva condotto con coscienziosità e zelo[15]. Il riferimento preciso a coniurationes fa capire che il territorio non solo era stato riconquistato dopo dure lotte, ma non era stato ancora del tutto pacificato. Le molte popolazioni che si erano schierate con Annibale “ribollivano d’ira(ira tumentes) e rappresentavano un costante pericolo, per la pace romana. Per questo motivo era stato ordinato ai consoli di arruolare due legioni urbane, da inviare ovunque la situazione lo richiedesse[16]. Il punto di vista romano sull’inaffidabilità di queste località è sintetizzato in modo preciso dal console del 200 a.C. Publio Sulpicio che, durante i comizi, parlando nell’assemblea per esortare il popolo alla guerra contro Filippo V di Macedonia, dei Lucani, Bruzi e Sanniti afferma: “Questi popoli defezioneranno sempre, se hanno qualcuno cui unirsi”.[17]

E’ per questo motivo che, dopo la partenza di Annibale per l’Africa, mentre gli altri popoli, che erano passati dalla sua parte furono perdonati e amnistiati, i Bruzii non solo furono severamente puniti (furono disarmati e fu sequestrata una buona parte del loro territorio, che naturalmente divenne ager publicus) ma anche umiliati (non essendo più considerati uomini liberi, non furono più utilizzati come soldati ma come rematori o servi per i magistrati superiori).[18] Tali dati sono generalmente confermati da Gellio: I Romani non consideravano i Bruzi alleati poiché erano stati i primi a passare dalla parte di Annibale. Anche lui insiste sull’umiliazione inflitta ai Bruzi[19].

Al pericolo esterno si aggiungeva il rischio di una nuova defezione interna. Non è però possibile capire la natura delle congiure di cui parla Livio, né se esse fossero collegate al culto di Bacco. Alcune testimonianze tuttavia ci fanno capire che anche il clima religioso non era molto tranquillo. Al pretore Minucio fu confermato l’incarico per l’anno successivo, non solo perché terminasse l’inchiesta sulle congiure, ma anche perché mandasse a Locri perché fossero giustiziati quanti aveva inviato a Roma in catene, dopo averli scoperti colpevoli di sacrilegio, e si preoccupasse di far ricollocare nel santuario di Proserpina, in concomitanza con sacrifici espiatori, quanto da esso era stato rubato[20]. I sacrifici espiatori (piacula) dimostrano che i Romani percepivano il furto nel tempio di Proserpina come un’offesa religiosa collettiva nei riguardi della dea di Locri e lo consideravano un prodigium[21]. Ed è da aggiungere che in questo territorio i prodigia sembravano proliferare. Lo stesso propretore Minucio comunicò al senato che nella zona erano nati un puledro con cinque piedi e tre pulcini con tre ciascuno[22]. Tali prodigi furono presi molto sul serio dal senato, che ordinò ai consoli di sacrificare vittime adulte alle divinità; soltanto per questo prodigio furono convocati in Senato gli aruspici e dietro loro responso fu prescritta una pubblica supplica della durata di un giorno, e vennero compiuti sacrifici in tutti i templi[23]. Ai pericoli esterni (sbarco di alleati di Annibale) e interni (una nuova defezione) si aggiungeva il terrore, a causa dei prodigi, che il volere degli dei potesse essere contrario alla causa romana.

Quindi il vasto territorio del Bruzio centrale, circondato dalle città alleate di Petelia e di Consentia a nord e dalle colonie costiere di Buxentum a nord-ovest, di Copia-Turi a nord-est, di Crotone a sud-est, di Temsa a sud-ovest, riconquistato con la forza, viene punito severamente e diventa in buona parte ager publicus, “estensioni immobiliari che formavano oggetto di un potere di godimento e di disposizione del populus Romanus perfettamente analogo al dominium ex iure Quiritium dei privati”[24]. Da aggiungere che Roma aveva un interesse particolare a gestire direttamente questo territorio perché comprendeva le alte e ricche foreste della Sila, di capitale importanza per le costruzioni navali[25]. I Romani inoltre ne ricavavano larghe rendite con lo sfruttamento delle sostanze resinose (pece).[26]

Sembra quindi sicuro che anche l’ager Teuranus, che occupava quasi il cuore di questo territorio, al momento in cui ricevette la lettera dei consoli sui Baccanali era ager publicus e probabilmente sottoposto alla giurisdizione di un prefetto[27]. Infatti, in tutte le località d’Italia in cui erano stati aboliti i magistrati locali, perché si erano ribellate ai Romani e vi si svolgeva un mercato, erano inviati da Roma prefetti, perché amministrassero la giustizia[28]. E Tiriolo si trovava proprio in queste condizioni (non aveva più magistrati locali e vi si svolgeva un mercato).[29]

 E’ però probabile che l’ager Teuranus non fosse sede di una prefettura autonoma, come pensa Cahrstedt[30], poiché le prefetture erano distretti amministrativi delle città più grandi.[31] E “Tiriolo non fu una polis nel senso topografico della parola ma una località, o, per usare la parola “tecnica” dei consoli un ager.[32]

Le sue esigenze giudiziarie probabilmente erano soddisfatte dal prefetto che dimorava in qualcuna delle colonie romane[33]o latine[34]che in quegli anni furono condotte sulle coste del Bruzio, principalmente per un controllo più accurato di una popolazione poco docile al potere di Roma e perché si temeva come probabile un ritorno di Annibale a capo della flotta siriaca di Antioco III e una sua invasione della penisola da quel versante[35], ma anche  allo scopo di fornire ai cittadini romani dimoranti nel sud Italia dei centri dove rivolgersi per le loro esigenze giudiziarie[36].

Riassumendo possiamo affermare che gli avvenimenti storici di cui abbiamo notizia, dimostrano che i Teurani non erano alleati Italici. Ritenere quindi che i destinatari dell’editto fossero gli alleati Italici è prima di tutto un errore storico.

Altre particolarità del testo confermano che l’ager Teuranus era ager publicus Romanus. E si potrebbe ragionevolmente aggiungere che proprio il ritrovamento della tavola di bronzo in questo luogo senza dubbio dimostra che il territorio era proprietà del popolo romano.

Coloro che volevano mantenere un Baccanale o chiedere qualche deroga alle norme prescritte dai consoli dovevano recarsi a Roma dal pretore urbano, il cui compito specifico era la iurisdictio inter ciues[37]. Kupfer[38] ammette che se i foideratei fossero stati gli “alleati”, la richiesta di tenere un baccanale si sarebbe dovuta rivolgere al praetor peregrinus e non al praetor urbanus. Cerca, però, di giustificare la contraddizione affermando che «tale procedura che riguardava comunità non romane, nella propria giurisdizione fu utilizzata dai Romani spesso o in un trattato di alleanza o mediante un editto».  In realtà nel nostro caso la procedura era legittima non perché si trattava di un editto rivolto a comunità non romane, ma semplicemente perché tra i destinatari vi erano cittadini Romani. Perciò la procedura era, naturalmente, di competenza del praetor urbanus, che si occupava esclusivamente delle dispute romane interne e non di quelle che coinvolgeva alleati[39].

Il secondo divieto stabilisce che cittadini Romani, i Latini e gli alleati non potevano partecipare alle riunioni delle Baccanti se non erano stati autorizzati[40]. Siccome sono citati i socii, alcuni studiosi hanno affermato che questo è una prova che i destinatari del documento erano gli alleati italici[41].

Essi non notano o forse non vogliono considerare:

- che non sarebbe molto ragionevole, se essi nella stessa iscrizione fossero chiamati anche foederatei;[42]infatti, in un testo giuridico per evitare ogni possibile ambiguità non sono mai usate due parole che abbiano lo stesso significato; quindi se gli alleati sono i socii, non possono esserlo anche i foideratei.

- che i socii sono citati insieme con i cittadini Romani e Latini.

Quindi, il termine onnicomprensivo di foideratei, che indica all’inizio dell’editto tutti i destinatari dell’editto, si riferisce non solo agli alleati, ma anche ai cittadini romani e Latini. Questo termine pertanto deve avere avuto un senso che collegasse insieme le tre categorie di popoli.

Il collegamento è abbastanza evidente. L’ager Teuranus era naturalmente abitato da cittadini romani che vi si erano stanziati per sfruttare le sue potenzialità economiche, ma anche da cittadini di diritto latino (non bisogna dimenticare che a pochi chilometri da Tiriolo c’era la colonia latina di Vibo) e alleati sia locali (possono per qualche motivo aver mantenuto il loro status federale dopo l’annessione), che provenienti da città alleate che si erano mantenute fedeli a Roma. La seconda guerra punica aveva, infatti, cambiato la mappa politica dell’Italia: ci sono segni di una sostanziale emigrazione dagli stati latini e alleati a Roma e nelle aree romane[43]. Come risultato d’immigrazione e annessioni, molti Latini e Italici ormai vivevano nei territori romani. Le norme dell’editto avevano quindi come destinatari coloro che nell’ambito dei Baccanali avevano fatto un qualsiasi tipo di patto tra di loro, fossero essi cittadini romani, latini o alleati. Pertanto gli alleati di cui si parla nell’editto sono semplicemente quelli che per i motivi più vari si erano trasferiti nell’ager Romanus e che naturalmente erano anch’essi obbligati al rispetto delle leggi romane in vigore nel luogo[44].

 

Tutti gli studiosi fautori della traduzione di foideratei con alleati Italici non tengono poi nella minima considerazione che il documento di Tiriolo è la copia di un editto consolare romano che, per le sue disposizioni e perché prevedeva una punizione per i trasgressori, era equivalente a una legge vera e propria[45]. Pertanto essi non considerano che il linguaggio giuridico usato ha delle regole che devono essere valutate attentamente se non si vuole fraintendere il senso del discorso.

E’ noto che i destinatari di norme penali sempre e ovunque non sono mai le comunità ma gli individui che le devono rispettare[46]. Pertanto nel nostro caso le nuove regole per l’esercizio del culto di Bacco riguardavano esclusivamente quelli che dovevano rispettarle, cioè i seguaci del dio. Solo indirettamente riguardava coloro che in qualche modo aspiravano ad aderire al culto. Tutti gli altri cittadini erano evidentemente, almeno per il momento, esclusi.

Come esempio di questo errore basilare, voglio citare la posizione di Gelzer. Egli prima nota giustamente che l’ipotesi che i foideratei fossero i seguaci di Bacco può appoggiarsi sul passo di Livio (39,14,7) ne quis , qui Bacchis initiatus esset, coisse aut convenisse sacrorum causa velit. In effetti, in questo passo Livio sembra proprio parafrasare il testo della lettera dei consoli sui Baccanali e spiegare quei foideratei esent con l’espressione quis, Bacchis initiatus esset. Subito dopo però, respinge questa ipotesi con la motivazione che l’inizio della decisione del senato nell’iscrizione nei quis eorum Bacanal habuise velet vieta generalmente i santuari di Bacco e si rivolge assolutamente non solo ai Baccanti ed eorum può essere riferito solo alla totalità dei destinatari degli ordini nell’editto[47].

E’ ovvio chiedersi perché il mantenimento dei santuari di Bacco dovesse riguardare anche quelli che non erano seguaci del dio. Non è, infatti, logico né credibile che le persone che non erano seguaci di Bacco possedessero o volessero continuare a mantenere un Baccanale (= santuario di Bacco). A me sembra che qui Gelzer, come tanti altri, cerca il pelo e non vede la trave che sta davanti a lui.

Dopo Gelzer altri studiosi hanno cercato di trovare appigli per giustificare il senso di “alleati Italici”. Il Pailler, dopo aver finito la sua acuta analisi con l’affermazione che l’ager Teuranus è ager publicus, si rifiuta di prendere atto della logica conseguenza e continua a tradurre il termine con “alleati”. Egli ritiene inaccettabile la tesi che i foideratei siano i seguaci di Bacco[48]  con la sola motivazione che “tous les emplois des mots foedus, foederatus attestés par le Thesaurus nous ramènent en effet à un traité officiel, bilatéral, conclu entre cités, et spécifiquement entre Rome e d’autres cités”[49]. Le cose però non stanno effettivamente così. Intanto il termine foedus indica sia un’alleanza o trattato tra principi e Stati liberi, sia un accordo privato, ad aliquid agendum, i.q. societas, coniuratio, consensus, concordia; amicitiae, hospitii, collegii, societatis sim.[50] E, come ci dimostra il Thesaurus, esso è stato ripetutamente usato sia in ambito pubblico sia privato.[51] Foederatus, per il Thesaurus foedere constrictus, almeno nei testi che ci sono pervenuti, è generalmente usato nei rapporti tra i Romani e altri popoli, tra i soldati ausiliari o tra altri popoli[52]. C’è però anche un brano di Livio (XXV, 18, 10) in cui foederatus indica un accordo tra privati e penso non sia necessario spiegare perché nei testi letterari gli accordi tra privati siano meno frequenti.

Per essere più precisi sul senso delle due parole, dall’analisi puntuale e sistematica di tutti i passi riportati dal Tesaurus emerge chiaramente che foedus indica sempre genericamente un patto e foederatus indica chi ha fatto un patto senza che sia specificato di che patto si tratti. Il senso è quindi sempre lo stesso sia in ambito pubblico che privato. Nei testi naturalmente le parole sono usate più nel pubblico che nel privato ma comunque non c’è mai alcuna differenza nel significato. Se il significato è sempre lo stesso, parlare di pubblico e di privato è una speciosa sottigliezza. Nel nostro testo quindi i de bacanalibus quei foideratei esent sono certamente “quelli che nell’ambito dei Baccanali avessero fatto un patto tra di loro”.

In pratica il termine onnicomprensivo foideratei anticipa tutti gli accordi assolutamente vietati tra i seguaci di Bacco, che sono specificati nei minimi dettagli nel terzo divieto: si ordina loro di «non legarsi con giuramenti, di non unirsi con voti reciproci, di non impegnarsi solennemente gli uni verso gli altri, di non farsi delle promesse reciproche, di non stabilire tra loro rapporti di fiducia».[53] Queste espressioni per il loro senso sono vicine le une alle altre, ma hanno ciascuna una leggera sfumatura diversa. Esse sono state scelte con molta pignoleria e i redattori del decreto sono stati attentissimi a non dimenticarne alcuna, per non indebolire il loro sistema di repressione.

Da ciò è evidente anche l’assurda osservazione di alcuni super critici che, per escludere il senso di “seguaci di Bacco” per foideratei, hanno tirato fuori come risolutivo il fatto che il termine foedus o meglio il verbo foederare non compare tra i termini conpromittere, coniurare, comvovere e conspondere che compaiono alle righe 13-14 dell’editto[54]. I termini generici di foedus o foederare erano semplicemente incompatibili con i verbi assai precisi e puntuali usati per puntualizzare tutti i tipi di patto vietati. Da aggiungere che i verbi sono stati scelti anche perché hanno tutti il prefisso con/com (cum). Anche quest’allitterazione molto espressiva (evidenzia quella che è la preoccupazione principale delle autorità: impedire per il futuro un’organizzazione collegiale dei seguaci di Bacco[55].) escludeva in questo caso l’uso del verbo foederare, che pertanto insieme con i verbi del divieto non solo era inutile ma fuori luogo.

Bisogna poi aggiungere che i consoli non potevano assolutamente usare nel loro editto una parola che ancora nella lingua latina non esisteva. Infatti, il verbo foedero fu creato da foederatus in epoca piuttosto tarda, solo da Minucio Felice[56]. Un simile errore sembra veramente incomprensibile.

Secondo Bispham, che sembra aver preso la difesa di questa tesi come un fatto personale, i foideratei sarebbero stati tutti i socii, alleati di Roma, perché nell’epigrafe di Tiriolo (r.6-7) è usata l’espressione insolita senatus noster. A suo parere, infatti, essa sarebbe inutile se il S.C. non si rivolgesse, almeno in questa sezione, a comunità non romane e / o individui[57]. Io non riesco a capire perché consoli romani che si rivolgevano a persone che risiedevano nel territorio romano, in primo luogo ai ciues, non avrebbero dovuto usare questa espressione. Comunque la risposta a questa sua perplessità se la dà da solo quando afferma che l’espressione, però sarebbe giustificata se il S.C. si rivolgesse ad individui. Il documento, infatti, è un editto dei consoli con valore di legge, pertanto, com’è stato già chiarito, nella sua formulazione giuridica si rivolgeva esclusivamente ai singoli individui della comunità che avrebbero dovuto rispettarne le disposizioni.

In breve da tutti i punti di vista appare evidente che i destinatari dell’editto dei consoli sui Baccanali erano semplicemente tutti “gli associati al culto di Bacco”, tra i quali vi erano anche quelli che non avevano commesso reati e potevano continuare, rispettando le norme approvate dal senato nella seduta delle none di ottobre del 186 a.C., a mantenere un luogo di culto del dio. Anche il tono del decreto, rigoroso ma anche molto rispettoso della divinità, sembra dimostrarlo.  

E’ quindi da rivalutare totalmente la spiegazione proposta per la prima volta dal Mommsen[58], che da eccellente conoscitore della legislazione romana aveva capito benissimo, più di un secolo fa, che i destinatari di quella che definisce epistula consulum ad Teuranos non potevano che essere quelli che avrebbero dovuto rispettarne le norme. Per lui i foideratei non erano gli alleati Italici ma “i congiurati uniti dal giuramento”;[59] oggi si preferisce, più propriamente parlare di Kultgenossen[60], “associati al culto” o affiliés[61].

A nostro parere, nella prima parte dell’editto (r. 3-22) i consoli comunicano agli “associati al culto di Bacco” le disposizioni senatoriali alle quali essi dovevano scrupolosamente attenersi: divieti assoluti e divieti con deroghe concesse a condizioni rigorose. E’ ugualmente chiaro che, se i destinatari più diretti erano gli adepti di Bacco, il decreto inviava un preciso messaggio agli abitanti di tutta l’Italia romana, certamente non soltanto agli alleati: era meglio per tutti non lasciarsi irretire dalla propaganda dei seguaci di Bacco.

Ora, se noi diamo alla frase quei foideratei esent che compare nell’editto dei consoli il significato di “quelli che fossero associati” al culto di Bacco, tutto il senso del decreto diventa più chiaro e scompaiono di colpo alcune evidenti contraddizioni:

-      In agro teurano non ci potevano essere alleati se non in minima parte (solo quelli che per caso si trovavano a vivere in un territorio romano), poiché esso era in buona parte diventato ager publicus dopo la seconda guerra punica;

-     Il testo del decreto in seguito, nel secondo divieto, specifica con precisione tutti gli uomini che, senza autorizzazione, non possono unirsi alle baccanti: essi non appartengono soltanto agli alleati, ma anche ai cittadini Romani e a quelli di diritto Latino;

-    Se in questo divieto il termine per gli alleati è socii, ne consegue che essa è la parola scelta per indicarli e nessun’altra nel testo può avere lo stesso significato. Infatti, i testi giuridici, come il nostro, sono caratterizzati dall’uso di parole dal significato preciso, quasi tecnico che evitino possibili fraintendimenti e rendano più chiaro possibile il messaggio che si vuole comunicare;

-   Se i Teurani fossero stati alleati, essi non avrebbero dovuto rivolgersi al praetor urbanus, ma al praetor peregrinus;

-   Non è infine credibile giuridicamente che le disposizioni senatoriali si rivolgessero soltanto gli alleati e non a tutti quelli che per totam Italiam[62] avrebbero dovuto rispettarle.

 

Con questa interpretazione si eliminano automaticamente anche altri due problemi del testo del decreto: quello sull’applicazione della pena di morte, senza diritto d’appello, ai Teurani e quello dell’intromissione del Senato romano negli affari interni di uno Stato sovrano, anche se alleato.

Se si considera l’ager Teuranus come ager publicus Romanus, la procedura extra ordinem suggerita dai senatori ai consoli doveva essere considerata legittima a Roma ma anche nei territori fuori Roma che facevano parte integrante del territorio romano. Tale procedura era giustificata e legittima poiché le autorità romane ritenevano, o fingevano di ritenere, che lo Stato Romano si trovasse in un particolare stato di guerra. Il Senato, infatti, prese la decisione il 7 ottobre nel tempio di Bellona, fuori del pomerio.

Un altro problema, sottolineato da Degrassi,[63] è il fatto che i consoli romani del 186 avrebbero applicato discrezionalmente e in certo senso arbitrariamente il loro diritto di imperio agli alleati dell’ager Teuranus. Ma, se questo, come si è cercato di dimostrare ed anche autorevoli studiosi hanno evidenziato[64], era ager publicus, il problema semplicemente non esiste. I consoli non hanno commesso nessun arbitrio e avevano tutta l’autorità necessaria poiché non applicavano il parere dei patres a popolazioni vincolate a Roma da un foedus, ma a un territorio di proprietà del popolo romano.

Finendo, possiamo affermare che il puzzle dei destinatari dell’editto consolare sui Baccanali può essere ricostruito in buona parte. Tutte le tessere rimesse a posto (condizioni storiche, considerazioni giuridiche, motivazioni linguistiche), concordemente dimostrano che essi erano anzitutto “gli associati al culto di Bacco”e indirettamente tutti gli uomini liberi (Cittadini romani, latini e alleati che vivevano nella città di Roma e in tutti i territori di proprietà del popolo romano sparsi per totam Italiam) che avevano una qualche intenzione di aderire al culto. Tutti gli altri cittadini erano per il momento esclusi.

 

A questo punto viene spontaneo chiedersi per quale motivo tanti autorevoli studiosi hanno ostinatamente ignorato il valore giuridico del documento, che si tratta di una legge romana e che il documento è stato trovato in un territorio romano (ager publicus) ed hanno continuato a difendere la tesi che i foideratei sono gli alleati Italici. Io me lo sono chiesto spesso ma finora non riuscivo a capirne la ragione anche perché più che difendere la loro tesi, essi si sforzano con cavilli di dimostrare improponibile quella di foideratei = seguaci di Bacco[65].

Non mi stupiva certo il fatto che si traduceva il termine con alleati; in realtà l’aggettivo foideratei può essere tradotto “alleati”, così come “quelli che hanno fatto un patto pubblico o privato, che sono soci, sono affiliati, ecc.”. Quello che non mi convinceva per niente era il riferimento agli alleati Italici che da tutti i punti di vista non ha alcun senso.

La difesa a tutti i costi della tesi degli alleati Italici ha spinto Briscoe a un’affermazione tanto sorprendente quanto inaccettabile: “È illegittimo dare a una parola un significato che non ha avuto” (a suo parere, tradurre foideratei con “quelli che hanno fatto un patto privato” sarebbe come commettere un reato.)[66]. La frase pur affermando in modo perentorio e insindacabile una cosa inesatta (il termine, come ho evidenziato prima, ha avuto regolarmente il significato di associati per scopi privati) e quindi è semplicemente da dimenticare, conferma che per questi studiosi il problema di foideratei è semplicemente una questione lessicale.

Allora ho voluto fare un piccolo esperimento. Ho preso in considerazione la mia traduzione dell’espressione de Bacanalibus quei foideratei esent ita exdeicendum censuere “ (I senatori) hanno consigliato che così bisognasse promulgare a quelli che nell’ambito dei baccanali avessero fatto un patto tra di loro”. Ho sostituito in questa traduzione a quelli che avessero fatto un patto tra di loro con a quelli che fossero tra loro alleati. La mia traduzione è diventata: “ (I senatori) hanno consigliato che così bisognasse promulgare a quelli che nell’ambito dei baccanali fossero tra loro alleati”.

E’ apparso subito evidente che il significato è rimasto inalterato, ma anche che l’errore di questi studiosi non è lessicale (il significato del termine foideratei è insignificante), ma sintattico (le due espressioni de bacanalibus e quei foideratei esent s’interpretano separatamente; esse invece sono strettamente legate tra di loro). Bisogna aggiungere che alcuni di essi, nel riprodurre il testo dell’editto, pongono una virgola dopo de Bacanalibus. Si tratta certamente di un intervento arbitrario e pretestuoso. Esso è il segno evidente che essi senza rendersene conto, capiscono che, per dare a foideratei il senso di alleati Italici, bisogna dividere la frase in due tronconi autonomi.

In sintesi i foideratei possono anche essere gli alleati ma non quelli Italici, che non hanno niente a che fare con una legge romana fatta in primo luogo per  i ciues, ma quelli che nell’ambito dei baccanali si sono alleati (consociati, hanno fatto un patto, sono affiliati, ecc,), in pratica i seguaci di Bacco. Ragionando col senno di poi, mi sembra quasi elementare capire che tutta la frase va interpretata nella sua unità semantica e le due espressioni non possono essere separate l’una dall’altra, senza travisarne completamente il senso.

Vista la sua ovvietà, mi chiedo come nessuno, io compreso, ci abbia pensato prima.

Comunque ritengo che questa piccola osservazione possa mettere la parola fine a una contesa durata artificiosamente anche troppo a lungo.

 

Voglio fare conoscere la risposta che mi ha dato J.M. Pailler, professore di storia romana dell’università di Tolosa, il più grande esperto dell’affare dei Baccanali, ma anche uno dei fautori della tesi foideratei = alleati Italici, quando gli ho fatto conoscere (era l’inizio dell’anno) questa mia piccola intuizione.

 

«Grazie molte. Ha inaugurato bene l'anno nuovo! Do un'occhiata... magari qualcosa di più! Ma ci vuole un po’ di tempo. Comunque sia, ha ragione Lei : questo problema rimane senz'altro affascinante. Cordialmente. J.M. Pailler.»

 


[1] Consulo, -is è il verbo tecnico dei magistrati che chiedono un parere al senato (Ernout-Meillet, p. 139).

[2] Ernout-Meillet, p. 172: «Edico : Proclamer un édict ».

[3] Mi limito a citarne qualcuno: Gelzer, Die Unterdrückung der Bacchanalien bei Livius, in «Hermes», 1936, p. 278 n. 4.1936, p. 278 n. 4; Briscoe The Bacchanalia, in A commentary on Livy. Books 38-40, Oxford 2007, p. 246; Bispham, From Asculum to Actium 2007, pp. 117-118; Kupfer, Anmerkungen, in «Glotta»», LXXX, 2004, p. 178. Bisogna aggiungere che molti si limitano a tradurre il termine foideratei con “alleati dei Romani”, senza discutere.

 

[4]Livio, XXIII, 11, 7: Dum haec Romae atque in Italia geruntur, nuntius uictoriae ad Cannas Carthaginem uenerat Mago, Hamilcaris filius, non ex ipsa acie a fratre missus sed retentus aliquot dies in recipiendis ciuitatibus Bruttiorum quae deficiebant.

[5] Livio, XXIII, 11, 11.

[6]Livio XXIX, 38, 1: Eadem aestate in Bruttiis Clampetia a consule ui capta, Consentia et Pandosia et ignobiles aliae ciuitates uoluntate in dicionem uenerunt..; Livio, XXX, 19, 10: Ad Cn Seruilium consulem, qui in Bruttiis erat, Consentia, Aufugum, Bergae, Baesidiae, Ocriculum, Lympheum, Argentanum, Clampetia multique alii ignobiles populi senescere Punicum bellum cernentes defecere. Cfr. Costabile 1984, p. 92.

[7] Si tratta di monete d’argento e di zecca siculo-punica, con testa femminile coronata di spighe (la dea Tanit) al diritto e il classico cavallino al verso. L’animale sotto la pancia presenta un globetto che significherebbe un alleato di Cartagine. Un loro centinaio sono conservate nel Museo Nazionale di Reggio Calabria, ma molte altre si trovano nelle numerose collezioni private. Il ritrovamento è segnalato da Marchetti Histoire économique et monetaire de la deuxième guerre punique, Académie royale de Belgique. Mémoires de la classe des Beaux –Arts, II série, t. XIV, Bruxelles, 1978, p. 634. Cfr. Manfredi, Monete puniche a Tiriolo (CZ,) in «RSF», 17, 1989, pp. 55-60.

[8] Plinio, N I, III, 96: amnes ibi navigabiles Carcinus, Crotalus, Semirus, Arogas, Thagines …, Tutti questi cinque fiumi calabresi, oggi Corace, Alli, Simeri, Uria, Tacina, sono delle semplici fiumare.

[9] “Il tracciato di attraversamento istmico risaliva la valle del Corace alla sua sinistra, lo oltrepassava, poi a monte confluenza del Fallaco e lo seguiva; quindi valicava la piccola dorsale fra l’Amato ed il Fallaco in corrispondenza dell’attuale galleria Catanzaro S. Eufemia.” (Givigliano, Sistemi di comunicazione e topografia degli insediamenti di età greca nella Brettia, Il Gruppo 1978, p. 231.

[10] Aristotele, Politeia, VII, 9, 2.

[11] Strabone, VI, 1,4; VI, 1,10

[12] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 95: Dein sinus et oppidum Scollacium, Scylaceum et Scyllecium Atheniensibus, cum conderent, dictum, quem locum occurrens Terinaeus sinus paeninsulam efficit et in ea portus qui uocatur Castra Hannibalis, nusquam angustiore Italia: XL p. latitudo est..

[13]Livio, XXVIII, 44, 9. Scipione parlando di Annibale in assemblea dice: In sua terra cogam pugnare eum, et Carthago potius praemium uictoriae erit quam semiruta Bruttiorum castella.

[14] Livio, XXXI, 8, 7: Praetoribus L Furio Purpurioni et Q. Minucio Rufo quina milia socium Latini nominis consules darent, quibus praesidiis alter Galliam, alter Bruttios prouinciam obtineret..

[15] Livio, XXXII, 1, 8: Prorogata imperia praetoribus prioris anni,[...] Q. Minucio ut in Bruttiis idem de coniurationibus quaestiones quas praetor cum fide curaque exercuisset perficeret et eos quos sacrilegii compertos in uinculis Romam misisset Locros mitteret ad supplicium quaeque sublata ex delubro Proserpinae essent reponenda cum piaculis curaret.

[16] Livio, XXXI, 8, 11: Et consules duas urbanas legiones scribere iussi, quae si quo res posceret, multis in Italia contactis gentibus Punici belli societate iraque tumentibus, mitterentur.

[17] Livio, XXXI, 7, 12: numquam isti populi, nisi cum deerit ad quem desciscant, ab nobis non deficient.

[18] Appiano, Annibaikh, VII, 61: .

[19] Gellio, Noctes Atticae, X, 3, 19: Cum Annibal Poenus cum exercitu in Italia esset et aliquot pugnas populus Romanus aduersas pugnauisset, primi totius Italiae Bruttii ad Annibalem desciuerunt. Id Romani aegre passi, postquam Hannibal Italia decessit superatique Poeni sunt, Bruttios ignominiae causa non milites scribebant nec pro sociis habebant, sed magistratibus in prouincias euntibus parere et praeministrare seruorum uicem iusserunt. Itaque hi sequebantur magistratibus, tamquam in scaenicis fabulis qui dicebantur “lorarii”, et quos erant iussi, uinciebant aut uerberabant; quod autem ex Bruttiis erant, appellati sunt “Bruttiani”.

[20] Livio, XXXII, 1, 8: Prorogata imperia praetoribus prioris anni,[...] Q. Minucio ut in Bruttiis idem de coniurationibus quaestiones quas praetor cum fide curaque exercuisset perficeret et eos quos sacrilegii compertos in uinculis Romam misisset Locros mitteret ad supplicium quaeque sublata ex delubro Proserpinae essent reponenda cum piaculis curaret.

[21] Pailler, Bacchanalia, Roma 1988, p. 295-296.

[22] Livio, XXXII, 1, 11: Et ex Bruttiis ab Q. Minucio propraetore scriptum eculeum cum quinque pedibus, pullos gallinaceos tres cum ternis pedibus natos esse.

[23] Livio, XXXII, 1, 13-14: Priorum prodigiorum causa senatus censuerat ut consules maioribus hostiis quibus diis uideretur sacrificarent; ob hoc unum prodigium haruspices in senatum uocati, atque ex responso eorum supplicatio populo in diem unum editcta et ad omnia puluinaria res diuinae factae.

[24] Guarino, Storia del diritto romano, Napoli 1963, p. 224-225.

[25] Dionigi di Alicarnasso (XX, 15, 20, 5, 6) ci informa della ricchezza dei boschi della Sila e il loro interesse per la costruzione navale. In particolare (20, 5): [I Bruzi dopo essersi assoggettati volontariamente ai Romani, cedettero loro la metà del territorio montano, chiamato Sila, che è ricco di legname adatto alla costruzione di case, di navi e di ogni altro genere di costruzioni].

[26] Cicerone, Brutus, XXII, 85-88; Cfr. Pailler, Bacchanalia, 1988, p. 28.

[27] Rudolph, Stadt und Staat in römischen Italien, Leipzig 1935, p. 165, afferma che l’ager Teuranus era certamente un territorio di cittadini (“sicher einem Bürgergebiet”).

[28] Festo, De uerborum significatu, s.u. praefecturae, (p. 262 Lindsay).: Praefecturae eae appellantur in Italia, in quibus et ius dicebatur et nundinae agebantur; et erat quaedam earum r(es) p(ublica), neque tamen magistratus suos habebat. In + qua his + (quas ?) legibus praefecti mittebantur quotannis qui ius dicerent. Cfr. Sartori, Problemi di storia costituzionale italiota, Roma 1953, p. 168.

[29] Nella seconda parte dell’editto, si ordina alle autorità competenti per territorio, di far conoscere in assemblea le disposizioni senatoriali durante tre mercati consecutivi (r. 22-23, trinum noundinum).

[30] Kahrstedt, Ager publicus, in «Historia» 1959, p. 191: «Tiriolo gibt uns einen Begriff, wie solcher Sitz einer Präfektur aussah.»

[31] Magaldi, Lucania romana, Roma 1947, I, p. 230.

[32] Ferri, Tiriolo, «NSA» 1927, p.343

[33] Crotone e Temsa nel 194 (Livio, XXXIV, 45, 1-5).

[34] Copia nel 193 (Livio, XXXV, 9, 7-8.) e Vibo Valentia nel 192 (Livio, XXXIV, 53, 1-2; XXXV, 40, 5-6).

 [35] Givigliano G.P., Fondazione di colonie romane e latine nei Brutii postannibalici, in Miscellanea di Studi Storici, XV, 2008, p. 59.

[36] Knapp Festus 262 L., in «Athenaeum», 1980, p. 37 n.87: «Part of the purpose of these colonies may have been to provide judicial service to Roman citizens living in southern Italy after second Punic war (Salernum, the eighth citizen colonies of 194) probably also served as a judicial centre».

[37] Guarino Storia del diritto romano, 1963, p. 213

[38] Kupfer (Anmerkungen, in «Glotta»», LXXX, 2004, p. 188)

[39] Cfr. Mouritsen, Italian unification, London 1998, p. 56: «Unlike his opposite, the praetor inter peregrinos, the praetor urbanus dealt exclusively with internal Roman disputes, not involving allies».

[40] CIL X, 104, 7-8: Bacas uir adiese uelet ceiuis romanus neue nominus Latini neue socium / quisquam.

[41] De libero, Italia, in «Klio», 76, 1994, p. 307.

[42] Meyer Römische Annalistik  im Lichte der Urkunden, in «ANRW», I 2, 1972, p. 981: «... es wäre nicht gut veständlich, wenn sie in der gleichen Inschrift auch foederatei genannt werden.»

[43]Mouritsen, Italian unification 1998, p. 55: «After the Second Punic War, there are signs of a substantial emigration from Latin and allied states to Rome and Roman areas. »

[44] Mouritsen, Italian unification 1998, p. 55: «Juridically, all foreigners staying on ager Romanus would as a matter of course have been covered by the general ban against Bacchanals expressed in line 2-3.»

[45] Lintott, Nova Roma, Interview about the constitution of Roman  Republic, 13 august 2008.

[46] Albanese, Per l’interpretazione dell’iscrizione con norme del SC. (186 a.C.), in Iuris vincula: Studi in onore di Mario Talamanca, Napoli 2001.

[47] Gelzer Die Unterdrückung der Bacchanalien bei Livius, in «Hermes», 1936, p. 278 n. 4.

[48] La tesi è stata proposta per la prima volta da Mommsen, Römisches Staatrecht, Leipzig 1887–1888, p. 249, n. 3; Mommsen, Römisches Strafrecht, Leipzig 1899, p. 875.

[49] Pailler, Bacchanalia, p. 290.

[50]  Calonghi 1957, art. foedus, col. 1143; Thesaurusvol. VI, art. foedus, col. 1003-1004 (foedus publicum), col 1004-1006 (foedus priuatum).

[51] Thesaurus, vol. VI, art. foedus, col. 1004-1006 (foedus priuatum).

[52] Thesaurus , vol. VI, art. foederatus, col. 994-995.

[53] CIL, X, 104, neue post hac inter sed coniurase neue comuouise neue conspondise neue conpromesise uelet neue quisquam fidem inter sed dedise uelet.

[54] Per esempio: Bispham, The Bacchanalian crisis II, in From Asculum to Actium, Oxford 2007, p. 117-118: «The pleonastic language of the document elsewhere uses coniurare, convovere and conspondere to describe the illicit activity of Bacchanalians but non foedus or cognates»; Kupfer, «Glotta»», LXXX 2004, p. 178: « …und Fehlen des ensprechenden verbums (foederare) in der Liste Z. 13-14».

[55] Pailler, Bacchanalia.  1988, p. 542.

[56] Ernout-Meillet, s.u. foederatus.

[57] Bispham, From Asculum to Actium 2007, p. 117: «What does seem to me unambiguous is the foideratei mentioned in l. 2, is to be understood as covering all socii, i.e. Roman allied; this also explains the unusual senatus/noster (ll. 5-6), otiose unless the S.C. were aimed, at least in this section, at non-roman communities and/or individuals.»

[58] Mommsen Römisches Staatrecht 1887–1888, p. 249, n. 3; Mommsen Römisches Strafrecht 1899, p. 875.

[59] Tale ipotesi ha continuato ad avere sostenitori, anche fino ad epoca recente:  Fronza De Bacanalibus”, in «Annali Università di Trieste», XVII 1947, p. 205; Galsterer Herrschaft und Verwaltung im republikanischen Italien, Münch 1976, p. 169; Rudolph Stadt und Staat in römischen Italien 1935, p. 162, 1.; Meyer Römische Annalistik  im Lichte der Urkunden, in «ANRW», I 2, 1972, p. 981, n. 61; Costabile Istituzioni e forme istituzionali nelle città del Bruzio in età romana, Napoli 1984, p.93. Laffi Studi di Storia Romana, Roma 2001 p. 22, n. 18; Mouritsen Italian unification, London 1998, p. 52 ss.; Interessante è la traduzione di Lavency (La proposition relative, Paris 1998, vol. II, p. 62), purtroppo senza commento, che fa del passo:  De Bacanalibus quei foidetatei esent ita edicendum censuere, “décision a été prise de rendre le presénte édit à propos des Bacchanales à l’égard des gens y affiliés”. Essa sottolinea che i foideratei sono gli affiliati al culto di Bacco e che il documento di Tiriolo è un editto consolare.

[60] Rudolph, Stadt und Staat in römischen Italien, 1935, p. 162, n. 1.

[61]Lavency, La proposition relative, Paris 1998, p. 62.

[62] Probabilmente da intendere come Italia romana, cioè tutti i territori che fuori di Roma erano proprietà del popolo Romano.

[63] Degrassi Inscriptiones latinae liberae rei publicae, Firenze 1972, p. 14. Cfr. Levi Bacchanalia, foedus e foederati, in «Klearchos», 19691969, p. 15-23.

[64] Nissen Italische Landeskunde, Berlin 1902, p. 945; Kahrstedt Ager publicus, in «Historia», 1959, p. 191, n. 87; Pailler, Bacchanalia, 1988, p. 289.

[65] Questo è, a mio parere, già un evidente segno di debolezza delle loro opinioni.

[66] Briscoe, A commentary on Livy. Books 38-40, Oxford 2007, p. 246: «… it is illegitimate to give a word a meaning which it simply does not have. »

Ultimo aggiornamento Giovedì 09 Gennaio 2014 10:34