Home Aggiornamenti/Update FENOMENI DI SOSTRATO OSCO NELLE ISCRIZIONI LATINE DELLE REGIONES I E III
FENOMENI DI SOSTRATO OSCO NELLE ISCRIZIONI LATINE DELLE REGIONES I E III Stampa E-mail

FENOMENI DI SOSTRATO OSCO NELLE ISCRIZIONI LATINE DELLE REGIONES I E III

 

INTRODUZIONE

La nostra ricerca si è svolta sulle iscrizioni rinvenute nel territorio della Campania, del Latium adiectum, della Lucania e del Bruzio. Della Campania sono state tralasciate le epigrafi di Pompei, Ercolano e Stabia e ciò in accordo con i limiti a cui si è attenuto il Mommsen nel raccogliere quelle del decimo volume del Corpus Inscriptionum Latinarum[1]. D’altra parte le iscrizioni di queste tre località sono state esaurientemente studiate dallo studioso Veikko Väänänen[2]. Le nostre iscrizioni provengono quindi da quella fascia di territorio che da Ardea (poco a sud di Roma) si estende fino all’estremo limite dell’Italia continentale. Questo territorio era abitato da popolazioni che, prima dell’occupazione romana, parlavano una unica lingua e cioè l’osco, ad eccezione del Latium adiectum, che era però abitato da genti parlanti dialetti affini all’osco. Da precisare che differenze locali non mancavano. Ne è prova la Tabula Bantina, il cui testo presenta infatti sensibili differenze rispetto agli altri documenti di lingua osca, cosa che ha spinto gli studiosi a parlare di un dialetto osco di Bantia. Esistevano pertanto nel nostro territorio diversi dialetti italici che hanno potuto far sentire la loro influenza sul latino locale e quindi sulle iscrizioni ivi incise. E’ da precisare che mentre il Latium adiectum venne a trovarsi assai presto sotto l’influenza di Roma e del tutto incorporato in modo da formare col Latium vetus una unica entità, il rimanente territorio rimase assai più a lungo indipendente. Se a partire dalla seconda guerra punica, l’Italia meridionale entrò sempre più nell’orbita romana, tuttavia il dialetto osco si mantenne ancora vivo nell’uso ufficiale per tutto il secondo secolo a.C.. Dal punto di vista politico, poi, la graduale concessione di suffragio alle città alleate, faceva si che quelle che ancora ne erano prive sentissero profondamente la loro comunità d’interessi. Solo con la guerra sociale (90-88 a. C.) i dialetti italici a poco a poco scompaiono dall’uso ufficiale e vengono sostituiti dal latino. Ma dai testi epigrafici si deduce che l’osco si continuò a parlare fino a quasi l’inizio dell’era volgare e a Pompei fino alla sua distruzione(79 d. C.), anche se probabilmente era già da tempo scomparso nell’uso ufficiale. Pertanto fino a quando nelle varie località il dialetto osco si mantenne vivo nell’uso, esso può aver fatto sentire la sua influenza sul latino locale. Infatti nelle iscrizioni della nostra zona, come in quelle di Pompei, compaiono, oltre a numerosi casi di latino volgare, fenomeni che possono ritenersi derivati dall’influenza del sostrato. Il primo che affrontò contemporaneamente i due fenomeni per le iscrizioni pompeiane fu il Wick[3]. Egli infatti si propose di esaminare “se alcuna reliquia italica o alcun precoce accenno alla evoluzione romanza generale o locale si celi nella parlata di Pompei qual è tramandata dalle iscrizioni graffite”[4]. Le conclusioni del suo studio, per ciò che riguarda le due questioni principali, l’elemento osco e quello romanzo, si riducono in generale a porre un grande problema del tutto nuovo: sapere se alcune particolarità delle iscrizioni, che per lui sono delle forme oschizzanti, rappresentino nello stesso tempo le origini di sviluppi corrispondenti nel romanzo comune, che in tal caso sarebbero dei sostrati oschi. Questo è uno dei principali problemi che si pone il Väänänen (op. cit.) nel suo studio sulle iscrizioni pompeiane e lo risolve positivamente. Secondo lui, infatti, alcune tendenze dei dialetti italici, prima della loro estinzione, sono passate al latino volgare.

Da parte nostra ci proponiamo di analizzare alcuni fenomeni riscontrati nelle iscrizioni della Campania, Lucania e Bruzio, nei quali l’influenza del sostrato sembra essere assai probabile.

 

1. GEMINATIO VOCALIUM

Nelle iscrizioni da noi esaminate compaiono i seguenti casi di geminatio vocalium:

AA = Ā

DECORAAT  6009 (Minturnae); MAAG(istri) 6513 (Cora); MAAMIUS 5388 (Aquinum); PAASTORES 6950 (Via Capua-Regium); VAARVS[5] 5807 (Aletrium); PAAPVS[6] (Capua); CALAASI 1589 (Puteoli); HAACE CIL I², 582, 13 (lex Bantina)[7].

EE = Ē

SEESES 5807 (Aletrium); SEESE CIL I², 18, 25 (lex Bantina); LEEGEI CIL I², 582, 26 (Lex Bantina.

VV = Ū

LUUCIAE 5305 (Casinum); PVVPAE 4315 (Capua; RVVFI 5104 (Atina); LVVDOS Degrassi, ILLR 7, 708 (Capua); LVVCI CIL I², 582, 5 (lex Bantina).

Fra i Latini il primo a fare menzione della geminatio uocalium è Quintiliano[8]. Dopo di Lui i grammatici Vellio Longo[9]  e Mario Vittorino (G.L.K.,  VI, 8, 11) ricordano il fenomeno e concordano nell’attribuirne la paternità al poeta Accio. Terenzio Scauro[10] ci informa che Lucilio fu nettamente contrario agli espedienti grafici di Accio.

     Generalmente nelle iscrizioni latine il segno distintivo delle vocali lunghe è l’apex; la geminatio uocalium è un procedimento insolito.

     Il primo ad aver studiato il fenomeno è stato il Ritschl[11]. Egli esamina la cronologia delle epigrafi che presentano casi di geminatio uocalium e notando che tutte risalgono ad un periodo coincidente con la vita di Accio, ritiene giusta l’attribuzione del fenomeno al poeta latino. Inoltre poiché esso è caratteristico dei dialetti oschi, pensa che Accio abbia tentato di modificare l’uso latino in base a quello del suo paese di origine. La scomparsa del fenomeno, a suo parere, sarebbe stata causata dalla opposizione di Lucilio. Il Marx[12] accetta la tesi del Ritschl ma avanza qualche dubbio sul fatto che la disputa di due poeti abbia potuto avere immediata risonanza sulle stesura di pubblici documenti. Il Lazzeroni[13] evidenzia a questo proposito che la maggior parte delle iscrizioni provengono da ambienti poco sensibili alle sollecitazioni di cultura. La tesi del Ritschl fu tuttavia accettata da autorevoli studiosi[14]. Solo il Sommer[15] esprime qualche dubbio quando osserva che la geminatio compare già in qualche iscrizione anteriore ad Accio. Anche il Pepe[16] ha sottolineato che la diffusione del fenomeno nelle iscrizioni latine non può essere attribuita a una disputa tra poeti.

     Il problema è stato affrontato e risolto in modo del tutto diverso dal Lazzeroni. Egli trascura completamente le testimonianze dei grammatici e cerca la soluzione del problema nelle stesse iscrizioni e nell’ambiente della cui cultura esse sono espressione. La dittografia per distinguere la vocale lunga era molto diffusa nei dialetti italici[17]. La presenza di tale fenomeno nelle iscrizioni latine provenienti dall’area osco-umbra è quindi facilmente spiegabile . Esse sono state redatte in ambienti alloglotti e in un periodo in cui i dialetti locali erano ancora vivi[18]. E’ quindi è plausibile che in tali casi una abitudine grafica dialettale veniva usata anche quando si doveva scrivere in latino. Tale ipotesi è da lui suffragata da una analisi dettagliata delle epigrafi, dalla quale emerge chiaramente che spesso la dittografia si accompagna ad altri fenomeni dialettali o, più spesso, a nomi propri, specialmente gentilizi, tipici dell’area osco-umbra.

 

2. ALCUNI CASI DI SINCOPE IN FORME NOMINALI

“La reduction des bréves intérieures sous l’action de l’intensité initiale alla par fois jusqu’à l’absorption compléte. Cette absorption ou syncope, comme celle de l’e muet français, semble avoir dépendu, avant tout, de la rapidité plous ou moins grande du débit et du degré de netteté de l’articulation, en ce sens qu’elle était plus fréquente dans la conversation familière courante que dans le langage oratoire soutenu”[19]. Da ciò sono scaturiti numerosi doppioni come caldus/calidus. Da notare che calidus era qualificato come pedante dall’imperatore Augusto[20].La sincope però non è, come l’apofonia, un fenomeno fonetico che si sia fissato una volta per tutte fin dalla fase preletteraria[21]. Oltre alle sincopi avvenute in periodo preistorico (per es. pono da *pos(i)no, corona da *coron(e)la) se ne sono aggiunte altre nel latino arcaico (per es. balneum da balineum) ed infine le sincopi volgari il cui numero si accresce sensibilmente in bassa epoca[22]. Pertanto le sincopi si distribuiscono nelle diverse tappe del latino dal periodo preletterario fino alla fase romanza[23]. Quelle dei testi arcaici sono per lo più interpretate come fenomeni dialettali[24]. Le sincopi sorte in seguito sono poi caratterizzate dalla persistenza per un periodo più o meno lungo della forma ridotta accanto a quella non ridotta. Alcuni di tali doppioni sono giunti fino alle lingue romanze (per es. it. Macchia e fr. Maille da macla di fronte a it. Macola e port. Magoa da macula). Le sincopi volgari sono state provocate dall’accento d’intensità sempre crescente nella lingua popolare, proprio come la sincope relativamente forte in osco – umbro[25]. Dei vari casi di sincopi presenti nelle iscrizioni esaminate analizzeremo soltanto quella singolare per la quale si ha la caduta della vocale o nella desinenza del nominativo singolare della seconda declinazione.

 

Nominativo singolare –s da –os (classico –us)

MISENS 3636 (Neapolis); STEPANS 3119 (Puteoli); NICANS 3406

(Misenum), 3416  (Misenum), 3419 (Misenum).

Molto interessanti sono queste tre forme nelle quali si ha la sincope della vocale in sillaba finale davanti a –s. In tali casi è avvenuto qualcosa di simile al fenomeno osco secondo il quale dinanzi alla –s finale si aveva sempre la sincope della vocale breve tranne i originaria (Per es. Bantins “Bantinus”; Punpaiians “Pompeianus”)[26].

 

Nominativo singolare –is da –ios (classico –ius)

SALLVSTIS 11 (Regium); CAISIDIS 501 (Lucania); ARRIS 3533 (Misenum); AQVILIS 1876 Puteoli); SVTTIS 3372 (Misenum); CORNELIS N.S.A[27] (1929), p. 180 (Boscoreale); AEGYPTIS 3460 (Misenum).  Αορηολις[28] 2145 (Puteoli).

Anche nei casi precedenti in cui si ha –is attraverso sincope da –ios è possibile vedere un riflesso di abitudine osca[29]. In osco infatti la desinenza –os del nominativo perde la vocale ed i temi in –io mostrano un duplice esito: -is e –iis, il primo per lo più nei prenomi (Dekis, Minis, Pakis), il secondo in pochi prenomi (Statiis, Uppiis), ma per lo più nei gentilizi (Babbiis, Pupidiis) che seguono a un prenome Mitl Mettis “Mitulus Mettius”; Pakis Tintiriis “Pacius Tintirius”)[30].

 

3. L’ANATTISSI

Fenomeno contrario alla sincope, è l’inserzione di una vocale parassitaria fra gruppi consonantici, che viene pure chiamato anattissi o, con una espressione della grammatica dell’antico indiano, svarabhakti[31]. Tale fenomeno, detto pure epentesi vocalica, indipendente dalla natura dell’accento, si determina nelle varie lingue ed anche nelle parlate individuali per la difficoltà di pronuncia di certi nessi consonantici, specialmente con liquide e nasali; si tratta di suoni vocalici indistinti che possono rimanere tali e quindi non essere contrassegnati dalla grafia, oppure svilupparsi in date circostanze, acquistando un colorito determinato per lo più dai suoni vicini[32]. Nel latino letterario tale fenomeno è piuttosto raro; infatti non si può indicare che i particolari incontri di consonanti mn, cn, cl  in parole derivate dal greco, quali mina da μνά, Hercules da Ερακλης e i plautini Tecumessa, Alcumena, techina e in colo da clo per ben altro motivo che per la difficoltà di pronunciare cl[33]. Una larghissima diffusione dell’anattissi si ha nell’osco e nel peligno in particolare tra liquida e nasale più consonante[34]. Nelle iscrizioni che sono state oggetto del nostro studio sono presenti vari casi di anattissi, che corrispondono esattamente alla norma del fenomeno nell’osco. Per quanto riguarda la continuazione del fenomeno nelle lingue romanze il Väänänen[35] nota che la considerevole diffusione nei dialetti dell’Italia meridionale di contro alla quasi totale assenza negli altri potrebbe benissimo essere dovuta a una abitudine fisiologica ereditata dalla popolazione osca che abitava queste regioni[36].    

 

DISCIPVLINA 26 (Gerace); DISCIPVLINA, NSA 1891, p. 297 (Locri); TEMPVLI 1578 (Puteoli); ABIEGINAE (=abiegnae) 1781 (Puteoli) (a.u.c. 649); ACIME 8050, 1,2,3 (Anfora di Terracina); BALINEVM 3161 (Puteoli); BALINEVM 5807 (Aletrium)[37]; CALECANDAM 5708 (Aletrium); INFERA 5708 (Aletrium)[38]; MAGENAE 1587 (Puteoli); MATERONO 2728 (Puteoli); MAGISTERI 6073 (Formia); ASCELAPIADES 1587 (Puteoli); LIBERITAS 2151 (Puteoli); MENESTER (=mnester) 8053, 134 (Puteoli); SVBIVENTOR 2936 (Puteoli); EPAPERODITUS, Ephemeris epigrafica VIII, p. 103 (Neapolis). Nelle iscrizioni della Campania sono attestatti alcuni nomi che hanno la tipica forma dell’osco (con anattissi) e non quella latina: CALAVIVS 1093 (Nuceria), 3787 (Capua) (lat. Calvius o. Kalaviis). Quanto a SALEVI 4323 (Capua), SALEIVIVS 6508 (Cora), SALEIVI 6514 (Cora), secondo il Von Planta (Grammatik der oskisch-umbrischen Dialekte, I, Strassburg, 1897,  p. 172) più che corrispondere alla forma con anattissi (Salavius) potrebbe derivare da un tema SALEU invece di SALU:

 

4. CONSERVAZIONE DEL DITTONGO EI

Il dittongo ei nei più antichi documenti è ancora intatto, per es. nel vaso di DUENOS  esso non appare confuso con i (DEIVOS). Molto presto però ei tende a monottongarsi in i, passando attraverso una fase ē chiusa. La grafia e per ei appare dapprima nelle sillabe finali (n.pl. PLOIRUME CIL I², 9; dat. Sing. DIOVE  CIL I², 20), poi nelle sillabe mediane (COMPROMESISE, S.C. de Bacch.) e nelle prime sillabe (DEVAS, CIL I², 975)[39]. Il Solmsen[40], che tratta dettagliatamente dell’ei nelle sillabe finali conclude da PLOIRVME[41]che la monottongazione in e era avvenuta nel terzo secolo a.C.. Dalla metà del secondo secolo a. C. nalla grafia ei ed i si confondono dopo che anche nella pronuncia erano coincisi[42]. Mentre nel S.C. de Bacch. (186 a.C.) erano ancora rigorosamente separati, dal 150 circa c’è una sensibile fluttuazione. La retta scienza grammaticale allora imperante a Roma si pone il problema di stabilire giuste regole per la pronuncia allo scopo di eliminare la sopravvenuta poca chiarezza e la confusione. Nessun capitolo della ortografia latina è stato così dibattuto, come la distinzione tra ei ed i[43]. Le ricerche dei grammatici latini cominciano al tempo dei Gracchi con Accio[44]. Subito dopo interviene nella discussione il poeta Lucilio[45]. Secondo lui bisognava in generale scrivere ei per i, ma era da distinguere in parole e forme di uguale suono. Nel nom.pl. della seconda declinazione e nel dat. sing. bisognava scrivere -ei, nei rimanenti casi terminanti in -i, i. L’arma dei generali romani era peilum per distinguerla da pilum, la mazza del mortaio. Il Sommer nel suo manuale (op. cit.) e più dettagliatamente in un suo articolo[46] si pone il problema se le regole di Lucilio possono aver avuto un valore effettivo e conclude affermando che una accurata considerazione conduce a un esito negativo. Anche il Lindsay[47] è dello stesso parere e giunge a definire ridicole le distinzioni luciliane. Le sue regole erano probabilmente di natura puramente pratica come i moderni modelli di scrittura. La grafia ei per i puro e impuro rimase fino ad oltre il tempo di Cesare; dopo Augusto difficilmente si trovano iscrizioni ufficiali che mostrano ei[48]. In tutti i dialetti italici diversi dal latino il dittongo ei era portato ad avvicinarsi al suono ē tanto in sillaba iniziale che in sillaba finale. Pertanto mentre nel latino di Roma il timbro del secondo elemento del dittongo è trionfato ed ei è diventato ī, altrove si constata il predominio dell’elemento e[49]. Tuttavia è da notare che nell’osco la riduzione ad e è del tutto eccezionale e il dittongo ei generalmente si conserva intatto[50]. Nelle iscrizioni da noi esaminate si riscontra un numero considerevole di ei conservato ed anche di ei per i originario.

 

a)    EI per Ī non proveniente da EI (originario) (scrittura inversa) :

FEILIEIS 5156 (Alvitum) (antica); FEINES 1698 (Puteoli); FELEICI 6007 = 353 Degr. (Minturnae) (a.u.c. 672/5); FECEI 6950 = Degr. 453 (Via Capua-Regium) (a.u.c. 622); INTERIEISTI 4362 = Degr. 984 (Capua) (antica); INVEISA 6009 = Degr. 977 (Minturnae) (antica); LEIBREIS 320 = Degr. 950 (Tegianum) (antica); LEIBERTATEI 4149 = Degr. 929 (Capua); LEIBERTENEI 6007 = Degr. 353 (Minturnae) (a.u.c. 672/5); LEIBRAVIT 320 = Degr. 950  (Tegianum) (antica); MEILIA 6950 = Degr. 453 (Via Capua-Regium) a.u.c. 622); OBIEIT 1935 (Puteoli); OCCEISVS 3886 = Degr. 497 (Capua); POSEIVEI = Degr. 453 (Via Capua-Regium) a.u.c. 622); PREIMEI 4044 (Capua); QVEINCTVS 5282 = Degr. 565 (Casinum); VEIGINTI 6009 = Degr. 977 (Minturnae) (antica); VEITA 6009 = Degr. 977 (Minturnae) (antica); VEIVERENT 1453 (Neapolis); VEIVOS 388 = Degr. 799 (Atina); IMBEIA (= impia) 719 (Surrentum); EIT 719 (Surrentum); ΒΕΙΞΙΤ (=vixit) 2145 (Puteoli); CREISPINVS 3514 (Misenum); HERMEISCHI 8041 (Monteleone); POSEIT NSA, 1952, p. 308 (età repubblicana);

 

b)    Nel genitivo singolare della seconda declinazione:

La desinenza del genitivo singolare era –i, ben distinta da ei nel S.C. Bacch.. Le scritture in –ei che si riscontrano dalla metà del secondo secolo sono scritture inverse provocate dalla confusione di ei ed i.

GEMINIEI 6476 (Setia); MAGISTREI 3772 = Degr. 719 (Capua); OSTIEI 1781, 1, 10 = Degr. 518 (Puteoli) (a.u.c. 649); PAGEI 3783 = Degr. 722 (Capua) (a.u.c. 683); PAGIEI 3772 = Degr. 719 (Capua) (a.u.c. 660).

 

c)    Nell’accusativo plurale della terza declinazione:

L’accusativo dei temi –i usciva in –is. La desinenza in –eis è una scrittura inversa.

BASEIS 5969 = Degr. 665 (Signia); TVRREIS 6239 = Degr. 603 (Fundi); PONTEIS = Degr. 453 (Via Capua-Regium) (a.u.c. 622).

 

d)    Nel dativo singolare della terza declinazione:

Il dativo singolare dei temi in consonante e dei temi in –i esce nelle antiche iscrizioni in –ei. Successivamente da –ei si ha prima chiusa e poi –i. L’antico latino corrisponde all’osco –ei, per es. medík-eí “al console”.

AMBITIONEI 1453 (Neapolis); IVREI 6529 (Cora); AVGVSTALEI 1272 (Nola); FRVGEI 388 = Degr. 799 (Atina) (antica); HERCOLEI 5708 = Degr. 136 (Sora) (a.C. 150); HERCVLEI 1569 = Degr. 140 (Puteoli); IOVEI 3785 = Degr. 723° (Capua); IVNONEI 6484 = Degr. (Paludi Pontine); MATREI 377 (Ager inter Atinam et Volceios); LEEGEI CIL I² 582, 26 (Lex Bantina); SIBEI 104, 4 (S.C. Bacch.) (a.C.186), 1162 (Abellinum), 1329 (Nola), 4053 (Capua), 4602 (Capua), 5222 (Casinum), 5614 (Fabrateria Nova), 6268 (Fundi), 6447 (Privernum); MIHEI 5019 (Venafrum), 1572 (Puteoli).

e)    Nel nominativo plurale della seconda declinazione:

Nel latino il nominativo plurale della seconda declinazione è formato dalla desinenza pronominale –oi. Da –oi abbiamo prima –ei poi –ē chiusa e successivamente –ī. Nei seguenti casi si ha la conservazione di -ei in iscrizioni di un’epoca in cui –ei si era già monottonghizzato in i.

ALEI 5019 = Degr. 986 (Venafrum); COLONEI 1210 (Abella); COMPAGEI 3772, 2, 7 = Degr. 719 (Capua) (a.u.c. 660); DVOVIREI 480 = Degr. 636 (Paestum); FILIEI 1153 = Degr. 230 (Abellinum); ILLEI 6009 = Degr. 977(Minturnae); MAGISTREI 3772, 2, 6  3778 = Degr. 715 (Capua) (a.u.c. 648), 5388 (Aquinum); MINISTREI 4636 (Calvi); VIREI 5190 (Casinum); SALONIEI 5847 (Ferentinum);  VNGVENTARIEI 3975 (Capua).

Nei pronomi: 

EEI 1453 , 8 (Hercolaneum); HEI 3757(Acerra);

EIDEM 411 (Volcei), 829 (Ad Thermas Stabianas), 844(Pompei), 937(Pompei), 1218(Abella), 3778(Capua), 3779 (Capua), 4587(Caiatia), 5159(Casinum), 5679(Arpinum), 5837(Ferentinum), 5838(Ferentinum), 5839(Ferentinum),  5840 (Ferentinum), 6017(Minturnae), 6233(Fundi), 6234(Fundi), 6238(Fundi).   

 

In alcune parole oltre alla conservazione del dittongo –ei abbiamo l’aggiunta di una –s.

Su questo particolare nominativo plurale in -eis[51] dei temi in –o il parere degli studiosi non è concorde. Generalmente si aderisce all’idea che eis, -is ed –es siano desinenze dei temi in –i usate anche per i temi in –o[52]. Una ipotesi alternativa a questa è quella che vede in questi nominativi delle formazioni d’influenza dialettale[53].  Il Pisani[54] sembra voler conciliare le due tesi quando afferma che si tratta delle forme di compromesso fra i plurali oschi in –os e quelli latini in –ei, -i delle declinazioni III, IV e V. Da parte nostra riteniamo che la posizione più vicina al vero possa essere quella del Pisani: una certa influenza italica non può essere esclusa se si tiene conto che la –s finale nei nomi della seconda declinazione era regolare nei dialetti oschi. Bisogna poi aggiungere che quasi tutti gli esempi epigrafici provengono per lo più da località nelle quali all’epoca delle loro redazione il dialetto italico era ancora vivo[55]. Nello stesso tempo la –s delle altre declinazioni può aver favorito tali formazioni. Nella nostra zona si riscontrano i seguenti casi:

FEILEIS STAIDEIS 5156 (Alvitum) FREIS 1153 (Abellinum); LEIBEREIS 5708 (Sora) (circa 150 a.C); SERVEIS 6514 (Aquinum); MAGISTREIS 3773 (a.u.c. 642/43), 3776 (a.u.c. 646), 3777, 3779 (a.u.c. 648), NSA (1893) p. 164 (tutte di Capua; LIBERTEIS RIGI, V, p. 211 (Minturnae); VERTVLEIEIS 5708 (Sora).  

Nei pronomi: IEIS 1781,3, 12; EISDEM 6105, 6108, 6239, 6517; HEISCE[56] 3775, 3776, 3777, 3778, 3779, 3781, 3783, 3791, Epigrafica (1950) p. 126 (108 a.C.), NSA 1893, p. 164 (Periodo successivo alla guerra contro Annibale) Hermes (1942) p. 178 sgg. Nn. 12, 22, 25 (epigrafi tutte provenienti da Capua). Il fatto che numerose epigrafi, tutte provenienti da Capua, contengono questa particolare desinenza del pronome dimostrativo hic[57] unita alla parola magistreis,  fa pensare che l’uso, sia nel pronome che nel sostantivo di riferimento, di questa particolare desinenza (-eis) certamente non è un errore del lapicida e che almeno in tale città era di uso corrente. Quello che non si può dire con certezza è se l’uso era dovuto al fatto che a Capua le due parole, quando esse furono incise, erano pronunciate così oppure questa specie di binomio linguistico (heische magistreis)  era considerato come una formula religiosa, tenuto conto che per lo più era seguito da un nome di divinità in dativo o genitivo. Per tale motivo questa desinenza potrebbe essersi mantenuta molto più a lungo di quanto era avvenuto nella pronuncia corrente. Da notare che in alcune iscrizioni, sempre di Capua, invece di heische magistreis troviamo che la formula è diventata hische magistris, con il passaggio del dittongo ei in i ma sempre con l’aggiunta della insolita s finale. La desinenza –es che compare poche volte, a mio parere, potrebbe essere la desinenza della terza declinazione usata per nomi della seconda.   

 

f)      Nel dativo-ablativo della seconda declinazione:

Il dativo-ablativo della seconda declinazione dell’Italico risale allo strumentale ie. che usciva in –ōis. Nell’Italico è avvenuto l’abbreviamento del dittongo lungo, per es. osco lígatúís Núvlanúís “agli ambasciatori di Nola”. Nell’antico latino da *-ois abbiamo –eis e poi definitivamente –is.

ABIEGNIEIS 1781, 2, 1= Degr. 518 (Puteoli) (a.u.c. 649); ADVERSEIS 6620(Velitrae), AESCULNEIS 1781, 2, 9 = Degr. 518 (Puteoli) (a.u.c. 649); AMICEIS 4010(Capua); BONEIS 6009(Minturnae); CAEDICIANEIS 4727(Ager Falernus); CRASSEIS 1781 2. 2 = Degr. 518 (Puteoli) (a.u.c. 649); DOMINEIS 6009 (MInturnae); FILEIS 6268 (Fundi); LEIBREIS 320 (Tegianum); LIBERTEIS 1049 (Pompoei), 6028 (Minturnae) , 6136 (Formiae); MAGNEIS 6620(Velitrae); ORNAMENTEIS 1606(Puteoli); PAPIEIS 4727(Ager Falernus); PATRONEIS 5817(Aletrium); POSTEREIS 1162 (Abellinum), 6048(Minturnae; PRIMEIS 1781 3, 13 = Degr. 518 (Puteoli) (a.u.c. 649) ; PVTEOLEIS 1781, 3, 9 = Degr. 518 (Puteoli) (a.u.c. 649); SVEIS 320; SVEIS 156(Tegianum), 1156 (Abellinum), 1162(Abellinum), 1930( Puteoli), 3757, 8 (Acerra),  4053(Capua), 4239(Capua), 4589 (Caiatia), 5222(Casinum), 5491(Aquinum),  5614(Fabrateria Nova), 5733 (Sora), 5813(Aletrium), 5817(Aletrium), 6053; VENERIEIS 5019(Venafrum); VITIEIS 1453, 6(Hercolaneum); VOTEIS 3757(Acerra).

 

g)   Nel nominativo singolare dei pronomi:

EISDEM 1781, 2, 9, 11, 13; 6323; EIDEM 1457, 1781, 3, 2. 1930, 6516, 6950.  Il nominativo singolare era idem (da is+ dem e caduta di s davanti alla dentale d). I nostri casi sono delle scritture inverse, una schreibfehler[58].  Nel caso di eisdem c’è anche la conservazione di s prima della dentale

HEIC 5708 (Sora)

 

h)   EI per Ī classico derivato da EI:

ADEITVR 4480 = Degr. 491 (Capua) (antica); AFLEICTA 5708 = Degr. 136 (Sora) (a.C. 150); AGEI 1453, 11(Hercolaneum);CEIVIS 104,7(S.C. Bacch.) (a.C. 186); CONQVAEISIVEI 6950(Via Capua-Regium                     ); CLEIVOM 1698 (Puteoli); DEICERENT 104,4 (S.C. Bacch.) (a.C. 186); DEICUNDO 4876 (Venafrum), 5190 =Degr. 544 (Casinum) (antica); DEIVITIS 4149 =Degr. 801 (Capua); DIFEIDENS 5708 =Degr. 136 (Sora) (a.C. 150); EIDEM 1781 = Degr. 518 (Puteoli) (a.u.c. 649), 1930 (Puteoli) 6017 (Minturnae) (a.u.c. 682), 5159 (Casinum) (a.u.c. 714); HEIC 3984 = Degr. 784 (Capua) (antica), 4050 (Capua) (antica), 5708 = Degr. 136 (Sora) (a.C. 150), 6950 = Degr. 453 (Via Capua-Regium) (a.u.c. 622), e molte altre volte in iscrizioni non datate: 3739 (Atella), 3744, 3748, 3755 (Aversae), 3855, 3984, 4024,, 4043, 4046, 4049, 4050, 4052, 4255, 4282, 4297, 4328, 4351, 4352, 4451 (Tutte di Capua); IBEI 104, 20, 28(S.C. Bacch.) (a.C.186); INCEIDERITIS (S.C. Bacch.) (a.C.186); LEIBER 6514 =Degr. 225 (Cora) (antica); NEI 104, 3 (S.C. Bacch.) (a.C.186); NISEI 8214 (Cumae); PREIVATOD 104, 16 (S.C. Bacch.) (a.C.186); QVEI 105, 24 (S.C. Bacch.) (a.C.186); QVEI 1453, 9 (Neapolis), 2726 (Puteoli), 3757 (Capua); SEI 104, 3, 24, 28 (S.C. Bacch.) (a.C.186), 2875 (Puteoli), 3772 (Capua) (a.u.c. 660); SEIBI 4059 4350 (Capua), 5436 (Aquinum); VBEI 104, 5, 27 (S.C. Bacch.) (a.C.186), 1781, 2, 3, 14 (Puteoli) (a.u.c. 649); VEIBIVS 5118 (Minturnae) (antica); VOBEIS 104 (S.C. Bacch.) (a.C.186); VTEI 104 (S.C. Bacch.) (a.C.186), 1781, 2= Degr. 518 (Puteoli) (a.u.c. 649), 3772 (Capua) (a.u.c. 660); EIT 719 (Surrentum), 2145 (Puteoli) NOLEI NSA, 1952, p. 308 (età repubblicana); NOCEREI NSA 1952, p. 308; NEIVE, DEICITO, QVEIQVOMQVE, SEIQVIS, DEIXERIT, DEICITO, QVASEI, EIDEM, DEIXERINT (casi tutti riscontrati in CIL I² 582 (Lex Bantina del 120 a.C. circa).

Dei tanti casi di ei conservati un discorso a parte va fatto per quelli presenti nel testo del cosiddetto S.C. de Bacchanalibus (QVEI – FOIDERATEI – EEIS – EXDEICENDUM – SEI – SIBEI – VTEI – VBEI – CEIVIS – NISEI – OINVVERSEI – VIREI – EXDEICATIS – INCEIDERITIS – IBEI VOBEIS). Intanto bisogna precisare che già in questa iscrizione compare la forma compromesise (r.14) derivata da un più antico compromeisise: ciò dimostra chiaramente che, almeno in sillaba mediana, il dittongo ei al tempo del decreto già sonava ē chiusa. Per il resto il dittongo ei è conservato, ma non è sicuro se questa grafia è una grafia fonetica o più semplicemente un arcaismo grafico. Infatti il linguaggio del decreto consolare è quello tipico della cancelleria senatorio – consolare, di molto arretrata sulla corrente da tutti i punti di vista. Pertanto è probabile che  il testo ci presenti una situazione risalente a molti anni prima quando il dittongo ei era ancora intatto.

     Le altre iscrizioni, fortunatamente in buona parte datate, risalgono a un periodo in cui il dittongo ei si era monottongato in ī ed arrivano fino alla seconda metà del primo secolo a.C..  Secondo gli studiosi[59] i casi di ei conservato anche dopo il 150 a.C. sarebbero degli arcaismi grafici, quelli di ei per i originario delle scritture inverse. A me non sembra sufficiente attribuire esclusivamente ad un fenomeno di arcaismo grafico un numero cosi considerevole di ei conservati che si riscontrano nelle iscrizioni della nostra zona. Bisogna aggiungere che in alcune epigrafi il fenomeno della conservazione di tale dittongo è particolarmente rilevante e si accompagna ad altri fenomeni particolari. Deve essersi aggiunta pertanto qualche altra causa. Questo ulteriore motivo non è difficile scoprirlo, basta cercarlo nelle stesse iscrizioni e nell’ambiente culturale di cui esse sono espressione. Le nostre iscrizioni provengono tutte da un territorio occupato da popolazioni di lingua osca ed affine. Ora l’osco, come è noto, è l’unico dei dialetti italici[60] a mantenere intatto il dittongo ei. Viene spontanea la domanda: oltre al vezzo grafico non può, almeno in alcuni casi, aver influito il dialetto osco parlato in loco, nel mantenimento del dittongo e forse per un cento tempo non solo graficamente? Tale ipotesi è confermata da un fatto molto importante. Vi sono alcune iscrizioni nelle quali accanto a numerosi casi di ei conservato si trovano altri fenomeni fonetici e morfologici la cui origine è generalmente attribuita al sostrato osco.  

Nella lex incerta reperta Bantiae (CIL I², 582) del 180 a.C.[61], incisa su una tavola di bronzo, che nella parte posteriore contiene la notissima iscrizione osca[62], i casi di ei conservato sono numerosi (DEICITO, NEI (= cl. nī)[63] bis, NEIVE septies, QVEI quater, QVEIQVOMQVE, SEI ter, SEIVE, SEIQVIS, QVASEI, LEEGEI, PROXSVMEIS ter, EIDEM, TABOLEIS, DEIXERINT). Ora che tale iscrizione contenga influenza del sostrato osco è certo. Ne fanno fede la presenza della geminatio vocalium, fenomeno certamente osco (HAACE, SEESE, LEEGEI in cui si hanno contemporaneamente i due fenomeni) ed inoltre il caso di PARIAT per PAREAT[64].

Anche in una lunga iscrizione di Puteoli (1781 del 649 a.u.c.) i casi di ei conservato sono molti (EISDEM bis, EIDEM, VTEI, VBEI bis, OSTIEI, IEIS, PVTEOLEIS, PRIMEIS, CRASSEIS, SVEIS, ABIEGNINIEIS). Anche in questa iscrizione la conservazione del dittongo ei è accompagnata da altri fenomeni attribuibili al sostrato osco. E’ presente un caso di i per e in iato (in cui sono presenti entrambi i fenomeni), l’anattissi (ABIEGINAE), fenomeno certamente osco e due nominativi plurali della seconda declinazione in -eis (EISDEM, IEIS)[65].

In una importante iscrizione di Aletrium (5807) della seconda metà del secondo secolo a.C. due casi di ei conservato (EITVR, VBEI) sono accompagnati dalla geminatio vocalium (VAARVS, SEEDES) e da due casi di anattissi (BALIEVM, CALECANDAM). Una assai interessante iscrizione di Sora accanto a diversi casi di ei conservato (DIFEIDENS, AFLEICTA, HEIC, VERTVLEIEIS, LEIBEREIS, HERCOLEI)  contiene due casi della desinenza –eis di nominativo plurale della seconda declinazione (VERTVLEIEIS, LEIBEREIS, nei quali compaiono entrambi i fenomeni).

Nella notissima epigrafe di Publio Popilio, il console che fece costruire la via Capua Regium (6950 = Degr. 453, a.u-c. 622), trovata a Polla, i numerosi casi di ei per i puro ed impuro (FECEI bis, PONTEIS, OMNEIS, POSEIVEI, MEILIA, EIDEM, FVGITEIVOS, CONQVAEISIVEI, REDIDEIQVE, EIDEMQVE, HEIC) si accompagnano a un caso di geminatio vocalium (PAASTORES) e ad uno di aei  per ae (CONQVAEISIVEI)[66].    

Anche in una iscrizione di Minturnae di età antica accanto a numerosi casi di ei per i (NEICIA, BONEIS, DOMINEIS, LEIBERTATE, ILLEI, VEIGINTI, VEITAE) è attestato un caso di geminatio vocalium (DECORAAT)[67].  

In una iscrizione di Capua (3772) del 660 a.u.c. nella quale si riscontrano vari casi di ei al posto di i (SEIVE bis, MAGISTREI bis, IOVEI bis, COMPAGEI bis, VTEI, PAGIEI, VTEIQVE, SEI bis) il Mommsen (l.c.) osserva: “Lapicida, Latinae linguae fortasse ignarus, saepe erravit, ut 1. 8 O pro D posita, male reperiti sillabi EI 6 in pagei, sei in TAM QVA SEI”. Ora se è vera la supposizione dello studioso tedesco e cioè che il lapicida era poco esperto della lingua Latina, doveva conoscere invece il proprio dialetto che non poteva che essere un dialetto osco. Pertanto è molto probabile che anche in questo caso il mantenimento del dittongo ei sia dovuto all’influenza del sostrato. Da quanto detto appare chiaro che il mantenimento del dittongo –ei al posto di i, nelle iscrizioni in cui si accompagna ad altri fenomeni,  è dovuto all’influenza del dialetto locale parlato in loco.

E’ pure interessante notare la conservazione frequente del dittongo ei in alcune parole di uso comune come heic (=hic), sei, seibi, ubei, utei, eidem, nei, neiue. A mio parere, questo dimostra che tali parole nel linguaggio corrente erano normalmente pronunciate col dittongo, conforme a quello che accadeva nel dialetto osco parlato in loco.

Alcune di tali parole sono ripetute più volte nella stessa iscrizione, ciò dimostra che non si tratta di errori dello scalpellino.

Bisogna infine sottolineare un fatto che me sembra molto importante ed indicativo. Se si esaminano gli indici delle questioni grammaticali dei vari volumi del CIL, si evidenzia che, oltre che nella nostra zona il dittongo ei si è discretamente conservato anche nella regione comprendente Calabria, Apulia, Samnium, Sabini e Piceni (CIL IX). Ciò non è senza significato: anche questa zona era abitata da popolazioni parlanti dialetti oschi od affini. Il fenomeno significativamente si riduce al minimo man mano che ci si allontana dall’Italia meridionale. E forse non è senza significato che i primi a sollevare la questione sulla giusta grafia di tale dittongo, e cioè Accio e Lucilio, provenivano dall’Italia meridionale ed avevano come lingua materna non il latino ma l’osco.   

 

5. GENITIVO SINGOLARE IN –AES, -ES dei temi in –A

Già in un periodo anteriore alla diffusione del Cristianesimo e specialmente nei nomi plebei di donna compare frequentemente nella nostra zona la desinenza di un genitivo singolare della prima declinazione in –aes, -es[68] invece di ae. Secondo alcuni studiosi[69] essa va spiegata come contaminazione della desinenza latina –ae con la terminazione –ης dei sostantivi greci della prima declinazione. Altri studiosi invece non accettano questa ipotesi e pensano che l’aggiunta di –s sia dovuta ad influsso osco[70]. A questo proposito, il Kiekers[71] molto chiaramente afferma “… der Ausgang –aes wohl kaum als Gräzismus (gr. –ης) aufzufassen ist, vielmehr das –s durch dialektischen Einfluss, nämlich von oskischen –as bezogen hat“. Il Väänänen[72] a sostegno della tesi che vede in questa desinenza un grecismo aggiunge che “Cette explication rend compte du fait que ce barbarisme n’apparaït guère en de hors des cognomina d’esclaves, dans les quels l’influence du grec peut plus facilement se faire valoir, en raison de la provenance étrangère de ceux-ci”. Questa affermazione è in parte contraddetta da V. Moltoni[73], la quale, dopo aver esaminato gli esempi di Pompei e delle altre località della Campania, afferma che la maggior parte dei genitivi in –aes è costituita da nomi latini (una sola volta un nome greco HEMERAES); nei genitivi in –es la maggior parte è costituita da nomi greci. Quindi conclude che per i genitivi in –aes è più probabile una influenza osca, mentre per i genitivi in –es è possibile un influsso greco. Il Kiekers (l.c.) invece: “dieses –es ist nicht mit dem –ēs, das in griech. Wörtern in der älteren Sprache erscheint, zu verwechseln„. V. Pisani[74] infine suppone che possano aver confluito entrambi gli influssi: quello greco e quello osco; esclude comunque che abbia potuto contribuire l’esempio della terza declinazione.

Nella nostra zona si riscontrano i seguenti casi:

Genitivo singolare dei temi in -a in –aes:

STAIAES AMLPLIATAES 8059, 383 (Puteoli); PESCENNIAES LAVDICAES 4282 (Capua); CELERINAES 2066 (Puteoli); FAENIAES SECVNDAES 2487 (Puteoli) GRANIAES PRIMIGENIAES 2487 (Puteoli); DIANAES 4263 (Capua); CONIUGIS SUAES 3137 (Puteoli); NITRODIAES 6790 (Aenaria insula); LEPIDAES ET AGRIPPINAES 8041, 20 (Monteleone); LEPIDAES 8041, 21 (NICOTERA); ARRIAES PRISCILLAES, NSA (1895), p. 107 (Puteoli); VALERIAES, NSA (1886) p. 128 (Puteoli); IVLIAES RODOPES, NSA (1892), p. 99 (Neapolis).

Genitivo singolare dei temi min –a in es:

ACTES 1903 (Puteoli); ACTES 6509 (Velitrae); APATES 3720 (Vulturnum); ATTICES 2408 (Puteoli); ANITES 6188 (Formia); BERONICES 3132 (Puteoli); CALES 6597 (Velitrae); CALES 6733 (Antium); CATELLES 4502 (Capua); CHLOES 2741 (Puteoli); CHOES 741 (Surrentum); CIRCES 6422 (Circei); CYPARES 2273 (Puteoli); DAPNES 740 (Surrentum); DIADVMINES 8053, 62 (Capua); EVPHEMES 6175 (Formia); EVPHROSYNES 4412 (Capua); GENICES 2645 (Puteoli) MYRTALES 435 (Murum); PHOEBES 4734 (Sinuessa); RHODIMES 1308 (Nola); RHODIMES 2407 (Puteoli) STACTES 3071 (Puteoli) THREPTES 4204 (Capua); TYCHES 2252 (Puteoli), 3455 (Misenum, 6747 (Antium); ZOES 6747 (Antium); ZOSIMES 2639 (Puteoli); 2683 (Puteoli); 6154 (Formia); APELLES 8056, 36 (Patera di Napoli) NICES Campania Romana, I (1938), p. 190 (Suessa).

 

  

 


[1]Decimum omprehendens regiones Italiae duas, tertiam sive Brutios Lucaniamque et primam sive Campaniam (praeter pompeiana stilo penicillove exarata seorsum edita vol. IV) cum Latio adiecto (Latio antiquo reservato suo volumini, scilicet XIV)” T. Mommsen, Praefatio ad volumina IX et X, p. XVII.

[2] Le Latin vulgaire des inscriptions pompéiennes, Berlin 1966.

[3] F. C. Wick, La fonetica delle iscrizioni parietali pompeiane specialmente in quanto risulta dell’osco ed accenni all’evoluzione romanza (in Atti dell’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti, XXIII, Napoli, 1901).

[4] F. C. Wick, op. cit., p. 5.

[5] Nome largamente diffuso nell’area italica, specialmente osca.

[6] Papus – Papia e derivati sono tipici del Sannio (cf. R.E., Stuttgart 1893 e sgg.,XVIII – 3, col. 1075.

[7] Da precisare che questa iscrizione è incisa su una faccia di quella tavola che porta sull’altra la costituzione di Bantia uno dei più noti testi della lingua osca.

[8] Quintiliano, Ist. Orat. 1, 4, 10:aut unam longam faciunt, ut veteres scripserunt, qui geminatione earum velut apice utebantur; Id. I, 7, 14: Semivocalis geminare diu non fuit usatissimi moris, atque e contrario usque ad Accium et ultra porrectas sillabas geminis, ut dixi, vocalibus scripserunt.

[9] Vellio Longo G.L.K, VII, 55, 25r. 193: Nam nec Accium secuti sumus semper vocales geminantem, ubicumque producitur syllaba, quotiamo expedita debet esse condicio scribendi

[10] Terenzio Scauro,G.L.K., VII, 18, 12:Primum igitur per adiectionem illa uidetur esse uitiosa, quod Accius geminatis uocalibus scribi natura sillaba colui, cum alioqui adiecto uel sublato apice longitudini set breuitatis nota posset ostendi. Nam singulares uocales et produci et corripi possunt. Unde etiam Lucilius in nono Sarurarum de orthographia praecipiens ait:: AA primum longa, A breuis syllaba: nos tamen unum / hoc faciemus et uno eodemque ut dicimus pacto, / scribemus pācem, plăcide, Iānum, āridum, ăcetum, /   Αρες, Αρες (  ùArev -  òArev) Graeci ut faciunt.

[11] Fr. Ritschl, Opuscula philologica, I-V, Leipzig 1866-79, I, p. 142 sgg.

[12] RE, I, p. 147.

[13] R. Lazzeroni, La geminatio uocalium nelle iscrizioni latine, in Annali della Scuola Superiore di Pisa, 1956, p. 124.

[14] A. Meillet et J.Vendryes, Traité de grammaire comparée des Langues classiques, Paris 1924, p. 34.

[15] F. Sommer, Handbuch der lateinischen Laut-und Formenlehre, Heidelberg 1914, p. 29.

[16] L. Pepe, Lucilio e la geminatio, in SIFC, n.s. XX, p. 105 sg..

[17] G. Bottiglioni, Manuale dei dialetti italici, Bologna 1954, p. 19.

[18] Sulla persistenza dei dialetti italici vedi: F.G. Mohl, Introduction à la cronologie du latin vulgaire, Paris 1899.

[19] M. Niedermann, Phonétique historique du latin, Paris 1959, p. 32 ; Cf. A. Meillet, Esquisse d’une histoire de la langue latine, Paris, 1966, p. 55 ; E H Sturtevant, The Pronunciation of Greek and Latin, Filadelfia 1920, p.210 ; G. Devoto, Storia della lingua di Roma, p. 97; G. Bottiglioni, Il dileguo delle brevi atone interne nella lingua latina, in Annali delle Università toscane, n-s., vol. VII, f. 12 e VIII, f. 1.

[20] Quintiliano, Inst., I, 6, 9.

[21] V. Väänänen, Op. cit., p. 42.

[22] V. Väänänen, Op. cit., p. 42.

[23] Una cronologia della sincope latino-romanza è stata tentata da G. Straka, Observations sur la cronologie et les dates de quelques modifications phonétiques en roman et en français prélittéraire, in Revue des langues romanes, 71, pp. 248-307), p. 251 sgg.

[24] Cf. A. Ernout, Textes latins archaïques, Paris 1957².

[25] Cf. G. Devoto, Storia della lingua di Roma, Bologna 1940, p. 83 e 289 sg..

[26] G. Bottiglioni, op.cit., p. 52 sg..

[27] Notizie degli scavi di Antichità, Roma 1883- .

[28] Tale forma è spiegata dagli studiosi come un grecismo, infatti nel greco volgare –ις, -ιν invece di –ιος, -ιον sono attestati fin dal terzo secolo avanti Cristo (Leumann-Hofmann-Szantyr, Laut- und Formenlehre, München 1963, p. 94, Kiekers, Historische lateinische Grammatik, 1962, II, p. 9).

[29] V. Pisani, Grammatica latina, Torino 1974, p. 160. V. Moltoni, Gli influssi dell’osco sulle iscrizioni della regio I, in Rendiconti del reale istituto lombardo di scienze e lettere, serie II –III, Milano 1868 sgg., LXXXVI (1954), p. 206.  Leumann-Hofmann-Szantyr, Op. cit., 94; E. Kiekers, Historische lateinische Grammatik, München 1962, p. 9.

[30] G. Bottiglioni, Op. cit., p.107.

[31] Leumann-Hofmann-Szantyr, p. 97. V. Pisani, Op. cit, p. 160.

[32] Bottiglioni, Op. cit., p. 47.

[33] F.C. Wick, Op. cit.,  p. 26

[34] Bottiglioni, Op. cit., p. 47.

[35] Väänänen, Op. cit., p. 47.

[36] Meyer-Lubke, Grammatik der romanischen Sprachen, I – IV, Leipzig, 1890 – 1902.  I, par. 387; Cf. W. De Groot, Die Anaptyxe im lateinischen, in Forchungen zur griechische und lateinische Grammatik, ed. Da P. Kretschmer e W. Kroll, VI fascicolo, p. 41 sgg.

[37] Väänänen , Introduction au latin vulgaire, Paris, 1963, p. 43: Probabilmente in questi due casi non si ha epentesi ma solo la conservazione della forma non sincopata che è esistita accanto a quella sincopata. Da notare che la forma breve è assente in Plauto (che ha tuttavia balenato), ma diventa frequente dopo Varrone e Cicerone e passa attraverso una fase balnium nelle lingue romanze: per es. it. Bagno, fr. Bain, sp. Baño.

[38] In questo caso la e epentetica potrebbe essere dovuta ad analogia con l’aggettivo inferus (Moltoni, p. 207).

[39] Leumann-Hofmann-Szantyr, p. 76.

[40] Felix Solmsen, Der Infinitiv Presentis Activi und die i Dipthonge in Wortschliessenden Silben im Lateinischen, in Indogermanische Forschungen, Strassburg, 1894 (IV), p. 240 sgg..

[41] E’ attestata nella famosa iscrizione di L. Cornelio Scipione console nel 259 a. C. e figlio di Scipione Barbato.

[42] F. Sommer, op. cit., p. 85.

[43] Cf. M.Vittorino, G.L.K., VII, 17, 25: Denique omnes qui de irthographia scripserunt, de nulla scriptura tam diu quam hac quaerunt.

[44] Cf. M. Vittorino, G.L.K, VII, 8: Accius … et cum longa sillaba scribenda esset, duas vocales ponebat, praeterquam quae in i litteram incideret; hanc per e et i scribebat.

[45] Nel IX libro delle Satire di Lucilio un paio di frammenti (25 Marx) sono dedicati a problemi ortografici specialmente alla sua teoria della grafia ei per i.

[46] Lucilius als Grammatiker, in Hermes, 44, p. 70 sgg.

[47] The Latin Language, Oxford 1894, p. 9.

[48] E. Lommatzsch, Zur lateinischen Orthographie,  in Archiv für lateinische Lexikographie un Grammatik, Leipzig 1884 – 1908, 15, p. 129 sgg..

[49] A. Ernout, Les éléments dilalectaux du vocabulaire latin, Paris 1909, p. 55.

[50] G. Bottiglioni, op. cit., p. 40.

[51] In pochi casi compare pure la desinenza –es (MAGISTRES 3777 (Capua); DVOVIRES 6517 (Fundi; [CONSCRI]PTES 6231 (Cora) ed –is (HISCE MAGISTRIS 3789 (Capua) (a.u.c. 656), 3790 (Capua) (a.u.c. 728).

[52] Leumann-Hofmann-Szantyr, p. 276; E. Kiekers, II, p. 10.

[53] F. Sommer, Op. cit., p. 345.

[54] V. Pisani, Grammatica Latina, Torino 1974, p. 163

[55] Sulla persistenza dei dialetti oschi vedi: Mohl, Op. cit., par. 41.

[56] Ciò che conferisce al pronome latino hic un particolare aspetto è la sua unione in tutta la flessione della particella deitica –ce, che si trova pure in altri pronomi. La limitazione, nel latino classico, ad alcuni casi non è originaria. La particella –ce era presente anche negli altri casi. Da notare che tale particella era usata frequentemente anche in osco-umbro: o. eísak, u. ecak. Nella lingua popolare essa si è mantenuta intatta fino alla seconda metà del secondo secolo anche nei casi in cui essa era scomparsa nel latino classico.

[57] In essa oltre alla conservazione intera della particella deitica –ce compare la desinenza –eis per -i

[58] Leumann-Hofmann-Szantyr, p. 285

[59] Leumann – Hofmann – Szantyr, op. cit., p. 78; Kiekers, op. cit., p. 24, 29; M. Bassols de Climent, Fonetica latina, Madrid 1962, p. 70; Pisani, Grammatica Latina, p. 17 sg.

[60] Essi generalmente riducono il dittongo ei o ad i, come il latino di Roma, oppure ad e.

[61] Rogata inter a. 621/133 et 636/118

[62] Tabula aenea Latinam ex altera parte, ex altera Oscam legem habens (CIL I I², 582, p. 439)

[63] Negazione formata da nē+ i, la stessa particella deitica che si trova pure nei dimostrativi haec da *ha-i-ce. Il suo significato è anticamente di non senza valore subordinante. Ma è stato molto presto riservato alle frasi condizionali, al posto di nisi.

[64] I casi della Campania di i per e in iato risalenti ad epoca antica, sono dal Väänänen (Inscr. pomp., p. 36) attribuiti ad influenza osca.

[65] Per tale desinenza vedi dopo.

[66] Per il Mohl, (op.cit., par. 11) tale sostituzione è certamente dovuta ad influenza dialettale.

[67]  “Haec inscriptio’, Pontanus ait, ‛.prae se fert Oscos (quotiamo in Oscis sepulchrum hoc, id est lapis pro sepulchro, hodie extata) enunciasse prraeteritum verbi DECORO in tertia persona non DECORAVIT, sed geminata A DECORAAT”(Mommsen, l.c.)

[68] Sommer, Op. cit., p. 326.

[69] Battisti, p. 201; Mommsen, CIL X, Grammaticae; Väänänen, Introduction, p. 115.

[70] Devoto, p. 292; Mohl, 218, Von Planta, II, p. 88; A Hehl, p. 22

[71] Kiekers, II, p. 19

[72] Väänänen, Inscr. pomp., 83

[73] V.Moltoni, p. 217.

[74] V. Pisani Gramm. Par. 319