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I Baccanali

 

Nel 1640 a Tiriolo (pr. Catanzaro), durante gli scavi di fondazione del palazzo del principe Giovan Battista Cigala, (in mezzo ad antiche rovine: fusti di colonne intere e rotte, basi, fregi, architravi) fu trovata una tavoletta di bronzo che una volta era stata affissa alla parete di qualche edificio importante con chiodi. Le poche notizie che conosciamo sul luogo e sulle condizioni del ritrovamento della tavola di bronzo ci sono state trasmesse da Th. Mommsen [1]. Essa a una prima analisi sembrava contenere il testo originale del Senatus Consultum[2] de Bacchanalibus, con il quale nel 186 av. C. alle idi di ottobre il senato romano decretò la eliminazione sia a Roma che in Italia dei luoghi di culto di Bacco non autorizzati, la regolamentazione della partecipazione alle cerimonie autorizzate, della gerarchia e della struttura organizzativa degli adepti[3]. Oggi prevale la certezza che si tratti della copia di un edictum consulare[4], che i consoli del 186 formularono sulla base del consultum del senato delle idi di ottobre. Che si tratti un editto dei consoli è evidenziato chiaramente dallo stesso documento (rr. 2-3): “i consoli fanno presente che i senatori hanno loro consigliato (censuere) che a quelli che nell’ambito dei Baccanali (de Bacchanalibus) fossero associati (quei foideratei esent) bisognava promulgare attraverso un editto (exdeicendum[5]) queste disposizioni (lett. così)”. Il senato poteva infatti esprimere solo un parere, che da solo non aveva nessun valore giuridico ed aveva bisogno sempre dell’approvazione di un magistrato per diventare esecutivo. Di tale editto furono preparate numerose copie in forma di epistola che furono inviate in molte località dell’Italia, nei luoghi in cui il movimento bacchico aveva mostrato e continuava a mostrare maggiore pericolosità[6] oppure, molto più verisimilmente, in tutti i territori fuori Roma di proprietà del popolo romano (agri publici sparsi per l’Italia)[7]. Di tutte le copie di tale edictum ci è pervenuta solo quella inviata nell’ ager Teuranus probabilmente per un caso fortuito. Quando la tavoletta di bronzo era ancora inchiodata sulla parete di uno degli edifici esistenti, almeno tutto il centro monumentale[8] della città andò distrutto, o dai Romani[9] perché le prescrizioni senatoriali non erano state adeguatamente rispettate dagli abitanti, o da un terremoto[10], oppure da qualche altra causa a noi sconosciuta.

Qualunque sia stata la causa della distruzione, il documento, finito in mezzo alle macerie, si è conservato intatto fino al 1640, quando fu scoperto durante gli scavi di fondamento del palazzo del principe G.B. Cigala[11], perché il luogo era rimasto completamente abbandonato fino a tale data. Tiriolo (Teura?)[12], infatti, dopo la riconquista romana di tutta la regione, perde la sua posizione privilegiata - non è più roccaforte militare, né luogo di controllo obbligato per i traffici tra le due sponde della Calabria - ed entra in una crisi profonda. Tale crisi è documentata anche dallo scarsissimo rinvenimento nella zona di monete romane, specialmente se paragonato al ritrovamento di molte monete puniche[13]. All’epoca di Cesare la vita economica e sociale di Tiriolo è piuttosto scarsa[14].

L’editto consolare nelle sue linee essenziali ci era stato trasmesso da Livio[15]. Le differenze fra il suo breve riassunto dell’editto e l’epigrafe sono riconducibili alla diversa natura dei due testi. L’epigrafe è la copia originale dell’editto dei consoli sui Baccanali. Livio invece non riproduce il documento ma lo riassume tralasciando vari particolari[16], oppure semplicemente riproduce il riassunto fatto dalla sua fonte.

Egli ci racconta pure, talvolta con toni romanzeschi e filodrammatici, tutti gli avvenimenti antecedenti che avevano spinto nel  186 a.C. i consoli a consultare il senato alle idi di ottobre sui Baccanali.

In un capitolo introduttivo (39, 8) Livio racconta che fin dall’inizio dell’anno il senato istituì una quaestio de clandestinis coniurationibus e ne furono incaricati entrambi i consoli che, per potersi dedicare interamente a questo compito, furono esonerati da tutti gli altri compiti istituzionali inerenti alla loro carica[17]. Eppure le operazioni militari a cui erano destinati i due consoli non dovevano essere di poco conto se ad essi erano stati assegnati gli eserciti dei consoli dell’anno precedente ed in più un considerevole contingente di leva[18]. Ciò dimostra che si trattava di una incarico di estrema gravità ed urgenza, ma non ci viene detto assolutamente niente di che inchiesta si trattasse, forse della campagna militare contro i Liguri che il console Filippo condusse verso la fine dell’anno con esiti disastrosi. Successivamente i senatori incaricano i consoli di dedicarsi con priorità assoluta (extra ordinem) alla  quaestio de Bacchanalibus sacrisque nocturnis e ciò in base alle rivelazioni di Ebuzio e di Ispala. Tenuto conto che della prima quaestio  successivamente non se ne parla più ( sembra che il problema così grave e urgente all’inizio dell’anno sia come per incanto scomparso) e i consoli durante il 186 effettivamente non si dedicano per niente ai loro compiti istituzionali ma dedicano tutte le loro energie alla repressione dei seguaci di Bacco, è logico pensare che le due quaestiones fossero la stessa cosa. In questo caso la quaestio sui Baccanali sarebbe stata istituita già all’inizio dell’anno e la denuncia dei due giovani farebbe parte dei tanti elementi romanzeschi della storia. Saulnier[19] da questa e da altre contraddizioni, che noi analizzeremo trattando altri problemi, ipotizza che Livio nel ricercare le fonti dell’affare dei Baccanali, si è trovato in presenza di una tradizione varia e composita che consentiva approcci diversi allo stesso avvenimento. Ha quindi amalgamato elementi diversi in uno sviluppo che egli ha voluto omogeneo. Dalle varie contraddizioni che emergono dalla sua storia è evidente che non sempre è riuscito in questo intento. In realtà, a parere di Cova, qui Livio opera, con una tecnica drammatica, un’inversione dell’ordine cronologico conducendo subito i lettori in medias res. Nelle prime parole del capitolo introduttivo appaiono le parole chiave di tutta la storia: coniuratio, la valutazione politica dell’affare e quaestio, cioè la risposta dello Stato al tentativo di sovvertire l’ordine costituito. Quindi Livio compie una significativa “scelta tra i fatti oggetto possibile del racconto per il periodo considerato”[20].  Questo capitolo introduttivo che sottolinea anzitutto il fatto che l’affare dei baccanali fu anteposto ad azioni militari molto importanti, può essere considerato come “un proemio programmatico”[21]. Anche secondo Wash[22]gli avvenimenti raccontati da Livio dal 9,1 al 14,3, sono distribuiti in una riconoscibile forma drammatica. E il capitolo ottavo può essere visto come un prologo al dramma, in cui il drammaturgo informa gli spettatori sul tema della commedia e sul suo antefatto. Il capitolo accenna pure al sorgere, alla diffusione dei Misteri e ai misfatti legati al culto emersi nell’indagine del console Postumio che è descritta più tardi. Livio infatti racconta che i riti bacchici penetrarono a Roma dall’Etruria dove erano si erano diffusi ad opera di un “greco di oscuri natali [...] mestierante di sacrifici e indovino [...] ministro di riti occulti e notturni”[23].  Sottolinea che questi era venuto da fuori[24], ma non specifica quando e da dove. Probabilmente era venuto dalla Magna Grecia, dove il culto bacchico aveva messo da tempo profonde radici. Durante le riunioni bacchiche, che si svolgevano di notte, gli uomini e le donne presenti, in preda al vino, compivano vergognose azioni: non solo dissolutezze sessuali della peggiore specie, ma anche false testimonianze, falsificazioni di documenti, venefici e omicidi[25]. Si può aggiungere che lo storico rivela solo lo sfondo del dramma che sta per raccontare e per non togliere la sorpresa non fa alcun riferimento a nomi di persone specifiche e luoghi.

  Col capitolo successivo Livio comincia a narrare la diffusione dei riti bacchici a Roma dove dall’Etruria si propagarono come una malattia contagiosa[26]. Questa è una delle indicazioni poco chiare dell’espansione della città e dei suoi abitanti, una crescita che non era in accordo con un aumento parallelo nella sua burocrazia urbana per applicare la legge (aediles e tresviri nocturni)[27].

 Originariamente le celebrazioni si svolgevano solo tre giorni all’anno ed erano accessibili esclusivamente alle donne[28], finché una sacerdotessa campana, Annia Paculla[29], cambiò lo statuto delle riunioni. Furono ammessi alle riunioni anche gli uomini, furono istituite cerimonie notturne, fu aumentata la frequenza dei convegni a cinque giorni al mese[30]. Dapprima però la diffusione del culto di Bacco a Roma avvenne senza clamori e senza che le autorità si rendessero conto della sua enorme diffusione e della sua pericolosità[31].

 Ma nel 186 a.C. una banale vicenda privata portò improvvisamente alla luce quello che succedeva nei convegni notturni nel bosco di Stimula[32] nei Baccanali. Il giovane Ebuzio era orfano di padre. La madre Duronia, passata a seconde nozze, e il patrigno Rutilio che aveva amministrato i beni del figliastro in modo da non essere in grado di renderne conto, pensarono di sbarazzarsene iniziandolo al culto di Bacco. Era come condannarlo impunemente a morte sicura. Durante le cerimonie si commettevano tanti delitti sotto la protezione della religione. La madre comunicò al figlio che durante una sua malattia aveva fatto voto, se fosse guarito, di iniziarlo ai misteri di Bacco ed adesso voleva adempiere il voto[33]. Siccome, al momento dell’iniziazione, bisognava essere in uno stato di assoluta purezza, la madre disse al figlio che per dieci giorni avrebbe dovuto osservare uno stato di castimonia[34].

Ebuzio comunicò questa intenzione dei genitori alla sua amante Ispala Fecennia[35], una liberta che faceva la prostituta e che, quando era schiava, aveva accompagnato la sua padrona in quel sacrario di Bacco. Tra le altre cose le disse quasi scherzando che per alcune notti egli avrebbe dormito da solo[36]. La giovane liberta rimase molto turbata e, nonostante avesse una gran paura di venire meno al giuramento che aveva fatto di non rivelare i segreti del dio, spinta dall’amore per il giovane[37], lo informò su quello che sapeva. Nelle parole di Ispala sono mescolate insieme informazioni derivate dalla sua esperienza personale (Il sacrario era l’officina di ogni genere di corruzione)[38] ed  echi di dicerie (da due anni non vi si iniziava nessuno che avesse compiuto venti anni)[39] messi sullo stesso piano[40]. Gli racconta pure che “il giovane che vi veniva introdotto era consegnato ai sacerdoti come una vittima. Era poi trascinato in un locale che rimbombava di urli, di canti, dello strepito di strumenti musicali, di cembali di timpani, affinché non si potessero udire le voci imploranti aiuto di quelli che vi erano sottoposti a violenza carnale”[41]. In questa informazione è evidente che la giustificazione della presenza della musica (ne vox … exaudiri possit) non è di natura cultuale ma deriva solo da una interpretazione personale della giovane[42]. Lo convinse a non piegarsi ai desideri del patrigno il quale, secondo lei, aveva una grande fretta di mandare in rovina con tale mezzo, la sua pudicizia, il suo buon nome, le sostanze e la sua stessa vita[43]. A parere di Festugière[44], il motivo del turbamento di Ispala sarebbe stato invece la gelosia. La donna temeva, se il giovane amante avesse partecipato alle orge bacchiche, di potersi trovare presto di fronte ad una rivale. Ella, infatti, sapeva bene, per avervi partecipato, che le riunioni notturne, con la presenza di uomini e donne, erano occasione di incontri che, pur escludendo la depravazione, favorivano le unioni furtive. Egli, impressionato dalle parole dell’amante, comunicò alla madre che non aveva nessuna intenzione di farsi iniziare al culto. La madre lo rimproverò che per dieci giorni non poteva fare a meno di dormire con Ispala[45], quindi con l’aiuto del patrigno e dei servi lo cacciò di casa[46]. Egli si recò direttamente dalla zia paterna Ebuzia e le raccontò i motivi per i quali era stato cacciato di casa. Dietro suo consiglio il giovane informò a quattr’occhi il console Postumio[47]. Costui subito dopo convocò, nella casa della propria suocera Sulpicia, la cortigiana Ispala che, dopo aver ottenuto garanzie sulla sua sicurezza, rese noti i misteri fin dalla loro origine[48]. La descrizione di Ispala al console, frutto di conoscenze personali e di dicerie[49], ci dà la possibilità di conoscere il punto di vista liviano dei riti bacchici[50]. La descrizione della giovane è lunga, dettagliata e retoricamente elaborata. Inizia con una frase ad effetto che denuncia la cattiveria e la mancanza di scrupoli dei seguaci di Bacco nihil nefas ducere, hanc summam inter eos religionem esse (13, 11). La loro pericolosità è sottolineata dall’allitterazione iniziale nihil nefas. Il discorso si conclude con un’altra affermazione per il console assolutamente sconvolgente multitudinem ingentem,alterum iam prope populum esse, in his nobiles quosdam viros feminasque (13, 14). 

Avendo in mano entrambi i delatori, il console presentò al senato una relazione ben ordinata di quanto gli era stato denunciato e poi il risultato della sua inchiesta[51]. Si può notare che Livio, dopo essersi dilungato sulle circostanze nelle quali lo scandalo era stato divulgato, non ci fornisce particolari sulle indagini compiute dal console né in che misura erano fondate le accuse di Ispala. Possiamo supporre che queste non erano state smentite, dal momento che ella ottenne dal console tutti i diritti spettanti a una cittadina romana e una garanzia di sicurezza perpetua[52]. Ci possiamo pure chiedere se egli ha scelto volontariamente di tacere oppure non abbia trovato niente nelle sue fonti. Dal silenzio di Livio sulle indagini compiute dal console, Reinach[53] ha dedotto che non c’era stata un’inchiesta seria e una unica denuncia, forse estorta, certamente menzognera aveva dato il pretesto alla creazione di un regime di terrore. Un’ipotesi del genere è un po’ azzardata, tenuto conto che non ci sono prove al riguardo.

Tuttavia le pagine di Livio (XXXIX, 8 – 14), dedicate a come il Senato giunse ad occuparsi dei Baccanali, hanno lasciato perplessi molti studiosi: Già W. Soltau[54] le giudicava “una romanzesca introduzione”.  Successivamente molti altri hanno parlato e parlano del loro carattere fantastico e novellistico. Per esempio: G. Meautis [55]  parla di “romanzo d’appendice [...] romanzo della giovinezza innocente e perseguitata” ; R. Pettazzoni [56]  afferma che “il racconto di Livio è ricco di spunti romanzeschi”; A. Bruhl,[57]  crede che la storia della denuncia fatta dalla cortigiana Hispala Fecennia contro la madre e il patrigno del suo giovane amante Ebuzio “ha un po’ l’apparenza di una storia romanzesca”; G. Tarditi[58] ritiene che “in quei capitoli la narrazione non ha sapore di storia, e siamo portati piuttosto, durante la lettura, per associazione di idee, a vedervi riecheggiato un dramma borghese alla Terenzio”.  H. Janmaire [59] afferma addirittura che la parte avuta da Ebuzio e dalla sua amante, la cortigiana Ispala Fecennia, nella scoperta della cospirazione “ha tutte le apparenze di una montatura poliziesca”. Non mancano però voci contrarie: Y. Béquignon [60]  crede che il racconto di Livio ha tutte le apparenze della realtà e che la denuncia di Ispala è potuta avvenire nelle condizioni indicate da lui. E. Fraenkel [61]  pur ammettendo che all’inizio del racconto della scoperta dello scandalo s’intrecciano frivoli motivi novellistici, conclude che essi non possono offuscare lo sguardo per la bontà del materiale scelto che la narrazione principale ha come base negli importanti passi politici e giuridici. In un suo studio D’Onofrio[62] osserva che Livio nella sua narrazione mette in scena una serie di personaggi che sembrano caratterizzati secondo i ruoli fissi della commedia: una moglie succube (Duronia), un patrigno avido e corruttore (Rutilio), un figliastro (Ebuzio) che rischia di perdersi e di perdere il proprio patrimonio, una cortigiana (Ispala) di nobili sentimenti. Nota poi che la storia appare però verisimile, principalmente dal fatto che i nomi dei protagonisti sono tutti riferibili a quelli di famiglie vissute a Roma proprio in quell’epoca. Walsh[63] e Wiseman[64], infine, pensano che Livio nel suo racconto abbia utilizzato una fonte letteraria scritta subito dopo l’affare che trattava l’argomento e questo spiegherebbe il carattere drammatico del suo racconto. Per Wash questa era una commedia. Essa però si adatta solo al racconto dei due amanti e del cattivo patrigno, ma nessuna commedia potrebbe aver trattato stupri ed esecuzioni di massa, inclusi quelli di nobili. Wiseman invece pensa a un dramma storico, rappresentato nei Liberalia, che giustificava le azioni delle autorità e presentava Ispala come una eroina plebea. Questa ipotesi però non spiega i tanti elementi comici presenti nella storia.

Bisogna però precisare che Ebuzio ed Ispala dovrebbero essere certamente personaggi storici se, come ci testimonia Livio, nel senatoconsulto successivo a quello del 7 ottobre, riunitosi su proposta del console Postumio furono assegnati ad essi particolari ricompense per il loro contributo dato alla soluzione dell’affare[65]. Basandosi sulla realtà di questo atto ufficiale molti studiosi pensano che i due amanti siano stati  persone reali e quindi anche la loro storia avrebbe  certamente un fondo di verità. Ma se si analizzano i premi a loro assegnati dal senato si arriva alla conclusione che solo il premio in denaro concesso ai due amanti è senza dubbio incontestabile: si trattava di un atto dovuto e la somma era nella norma.  Si può solo obbiettare che, considerata la competenza del senato in questioni finanziarie e che i questori competenti per l’erario erano dipendenti dal senato per il pagamento, non c’era bisogno per la concessione di questo premio di un plebiscito confermativo[66]. Gli altri premi invece presentano problemi interpretativi di vario genere.  Anche autori, che non mettono in dubbio la storicità del senatoconsulto, hanno evidenziato che alcuni sono incomprensibili o almeno paradossali – sia che essi (nel caso di Hispala) sono in contrasto con l’atteggiamento morale assunto dal senato[67] sia che le loro conseguenze per i favoriti sono senza senso oppure del tutto negative[68]. A. Watson[69] conclude il suo articolo sull’argomento con le seguenti parole assai eloquenti:“The rewards to the pair were basically insulting”.     

Norr, dopo aver esaminato dettagliatamente i singoli premi concessi alla coppia, arriva alla conclusione che questo particolare (per le decisioni prese) senatoconsulto è un memorabile, dal punto di vista moderno un falso. Secondo un canone molto diffuso dell’antica storiografia un strumento ammissibile,  una rappresentazione più vivace,  un gioco con figure virtuali e reali, che ai destinatari potevano apparire se non reali almeno plausibili. Pertanto quando nel testo del SC sono utilizzate alcune realtà allora l’attendibilità per queste realtà  è ammissibile solo con riserva. Lo stesso vale per la realtà del quadro – almeno per quanto esso circonda Ebuzio ed Ispala. [70]. Si può aggiungere che anche il moderno storico dell’antichità spesso - consapevole o no – sostituisce la questione: “come era”, con la questione: “come avrebbe potuto essere”.  Pur non potendosi escludere che queste due persone fossero presenti nell’evento storico, sembra certo che intorno alla coppia si sia intrecciata col passare del tempo una storia romantica, il cui intreccio ha indubbiamente le caratteristiche tipiche della commedia nuova[71]. E’ pure molto probabile che Livio abbia aggiunto del suo a una storia già ai suoi tempi molto abbellita di elementi novellistici.

Si può quindi concludere che, pur ammettendo che Ebuzio ed Ispala fossero persone reali, l’invenzione romanzesca può essere ben spiegata con un ragionevole grado di plausibilità[72].   Oltre al carattere romanzesco della storia gli studiosi si sono posti anche la domanda del perché Livio abbia concesso tanto spazio a una vicenda simile, mentre presenta un breve sunto dell’editto dei consoli ai Teurani. Attribuirne la genesi a qualche annalista sposta semplicemente il problema senza risolverlo. Anche se ha solo riprodotto la storia prevalentemente fantasiosa da una delle sue fonti, egli se n’è assunto la responsabilità. La storia ha poi una sua unità narrativa e stilistica, in cui è innegabile la mano liviana[73]. Nessuno comunque è stato finora in grado di dare una risposta plausibile a questa domanda.

      I senatori furono profondamente colpiti dalla relazione del console Postumio e vivamente preoccupati: patres pauor ingens cepit, dice Livio (14, 4).  Degno di nota è il ricorso dello storico a figure retoriche per sottolineare il suo pensiero, “come l’allitterazione presente nei primi due monemi bisillabi patres e pavor, a cui fa seguire altri due monemi, anch’essi bisillabi, ingens e cepit, caratterizzati questi ultimi dalla quantità lunga della prima sillaba, e differenti dai primi due i quali presentano la breve sulla sillaba iniziale; in tutti e quattro i monemi, a coppia asimmetrica, predominano in modo schiacciante le consonanti mute, ben sette, quasi a voler indicare il silenzio pesante e drammatico che seguì il discorso di Postumio”[74]. I senatori furono presi da un grande panico sia per il pericolo che correvano le istituzioni  statali sia perché temevano che qualche loro familiare fosse coinvolto nel’affare. Visto il dilagare del fenomeno, per impedire che eae coniuratines[75]coetusque nocturni costituissero un pericolo di segreto tradimento, decisero di affidare ai consoli con mandato straordinario (extra ordinem)  l’inchiesta sui Baccanali e sui riti notturni[76]. Si trattava quindi di “commissioni d’inchiesta” non tribunali giudicanti. Noi non sappiamo a che cosa portarono queste inchieste, mentre siamo più informati sulle decisioni prese subito dopo  contro i colpevoli.

I Senatori ordinarono di rintracciare i sacerdoti dei riti bacchici, perché fossero messi a disposizione dei consoli non solo a Roma ma anche nei fori e nei conciliaboli. Ordinarono pure di emanare editti non solo a Roma ma anche in tutta l’Italia, per vietare l’iniziazione ai culti bacchici, le adunanze o i convegni per la celebrazione dei sacrifici, di intensificare la ricerca di coloro che fossero convenuti o si fossero obbligati a commettere stupri o delitti[77]. Basandosi esclusivamente sul fatto che Livio[78] ci dice che le operazioni si svolsero non solo a Roma, ma in tutta l’Italia, molti studiosi hanno dedotto che si svolsero anche nelle località alleate.

Si può invece ragionevolmente credere che in Livio  l’espressione tota Italia designa, contrariamente a quello che generalmente si pensa[79], sempre l’Italia dei fora e dei conciliabula cioè l’Italia di proprietà del popolo romano[80]. Infatti se l’inchiesta si fosse svolta anche in città alleate, certamente Livio, che sfrutta tutte le occasioni per amplificare al massimo la repressione, lo avrebbe in qualche modo specificato ed invece, se si toglie il termine Italia, nel lungo racconto di Livio non c’è il minimo cenno ad azioni svolte fuori dei territori romani.

Dai provvedimenti presi si capisce che si determinò una specie di “stato di emergenza”, come di fronte a un sollevamento contro i poteri costituiti: si fece ricorso a quella che oggi definiremmo “legge marziale”[81]e i senatori, arrogandosi un potere senza precedenti, decretarono di affidare ai consoli pieni poteri[82]. Una tale decisione, per acquisire pieno potere legale, avrebbe dovuto essere approvata dal popolo. Ma questo non avvenne e l’assemblea popolare che fu convocata dal console Postumio fu una semplice contio[83]: egli convocò il popolo non per ottenere un assenso a quanto deciso, ma per informarlo della decisione del senato di affidare ai consoli una inchiesta con mandato straordinario sui Baccanali e della loro decisione di eseguire con diligenza le prescrizioni approvate[84]. Inoltre, con un lungo discorso infarcito di retorica, di dicerie prese come verità accertate e di esagerazioni, comunicò ai presenti che la decisione del senato era ineccepibile per il fatto che i Baccanali non erano più un luogo di culto ma si erano trasformati in una fucina dei più orrendi delitti comuni e la setta di Bacco era una coniuratio che si preparava a sostituire il potere costituito[85]. Con molta abilità quindi riuscì a convincere tutti che bisognava agire contro criminali di diritto comune e combattere le sette misteriche di Bacco non era una lotta contro il dio, di cui non si doveva temere la collera, ma una difesa della res publica.

Quindi, in questa occasione, i senatori si erano attribuiti un potere eccezionale senza precedenti e davano inizio a una nuova tendenza nella giustizia criminale[86]. Infatti i pochi esempi di questiones extra ordinem antecedenti di cui abbiamo notizia[87], pur nel loro senso ambiguo, non offrono un solo esempio chiaro in cui la decisione del senato aveva avuto un dominio assoluto. Pertanto il senato in questa occasione assunse responsabilità per procedure giudiziarie fuori delle norme esistenti, tuttavia

nessuno osò opporsi, nemmeno i tribuni che rinunciarono ad esercitare il loro diritto di veto (ius intercessionis).

Certo i documenti che ci sono pervenuti non accennano minimamente ad una qualsiasi opposizione. I consoli, dopo aver ordinato ai magistrati minori (edili curuli, edili della plebe, triunuiri capitales, quinqueviri cis et ultra Tiberim) di iniziare la repressione, convocarono l’assemblea per informare il popolo. Il console Postumio attraverso un lungo e dettagliato discorso si sforzò di dimostrare che il popolo di Roma correva i più gravi pericoli.

    L’inchiesta, che nei circoli bacchici provocò un grande panico, fu una vera e propria caccia alle streghe e assunse una vastissima dimensione: il numero degli accusati ammontò a settemila tra uomini e donne[88]. Le misure prese furono eseguite con energia e rapidità in un’atmosfera di terrore. I capi della congiura[89], i preti e gli organizzatori del culto furono arrestati immediatamente e fecero delle confessioni complete. Molti tentarono di fuggire da Roma, per mettersi in salvo, ma furono per lo più catturati alle porte della città dalle sentinelle poste dai triumuiri capitales. Altri, uomini e donne, evitarono la cattura ricorrendo al suicidio[90].

Malgrado queste misure parecchi riuscirono a fuggire. Per questo i pretori, urbano e peregrino, agendo in base all’autorità del senato, proclamarono un iustitium[91], il rinvio di trenta giorni di tutti gli affari giudiziari. Questo suggerisce fortemente che un significativo numero di persone delle classi senatoriali ed equestri erano tra quelli ricercati[92]. Così molti erano fuggiti e pochi avevano risposto alle citazioni per giustificarsi cosicché i consoli furono costretti ad andare in giro per l’Italia per fare ricerche e condurre processi[93]. Livio su questo punto è molto preciso e specifica che le ricerche dei consoli si svolsero circa fora, ciò significa che essi si recarono solo nelle città che facevano parte del territorio romano. Il fatto che egli non parla di conciliabula significa che essi si soffermarono esclusivamente nei centri più grandi degli agri publici, e probabilmente nemmeno in tutti, mentre tralasciarono quelli più piccoli. La nota di J. Briscoe a proposito di fora (Bacchanalia, p. 283: not excluding the conciliabula), mi sembra semplicemente un processo alle intenzioni, un voler fare dire a Livio quello si desidera[94]. Non si capisce perché non dovremmo credere a Livio solo quando ci dice che i consoli, per fare rapidamente le loro ricerche, si recarono solo nei fora. Questo comportamento dei consoli si spiega benissimo se consideriamo che l’affare fu semplicemente uno strumento di lotta politica usato con molta spregiudicatezza dalla classe senatoria e dal partito dei conservatori. Questi avevano necessità di dimostrare che il partito avverso negli anni passati quando era al potere aveva lasciato prosperare il culto di Bacco senza rendersi conto che esso stava diventando un pericolo mortale per lo stato romano. Inoltre con il loro intervento risoluto e senza tentennamenti volevano dimostrare al popolo che solo essi avevano a cuore la sicurezza dello stato romano, mentre i progressisti avevano badato principalmente ad aumentare le loro ricchezze[95]. I consoli dovevano dimostrare la loro risolutezza al maggior numero di cittadini romani e il più rapidamente possibile, pertanto nelle loro inchieste fuori Roma non avevano interesse a perdere tempo nei piccoli centri, né tantomeno ad impelagarsi negli affari interni delle città alleate. Non è nemmeno immaginabile un console, con tutto l’apparato e codazzo di persone che lo seguiva, recarsi nei piccoli paesi sperduti e difficili da raggiungere.

Ci si può chiedere dove possono essersi rifugiati i tanti che riuscirono a fuggire e che fine abbiano fatto. Possono essersi rifugiati da parenti e amici che si trovavano in territorio romano fuori Roma o in città alleate di Roma. R. Turcan ipotizza che essi abbiano potuto trovare ospitalità presso fratelli dionisiaci grazie a dei simboli o segni di riconoscimento[96]. Da quello che ci dice Livio possiamo supporre che quelli che si rifugiarono nei fora non tutti riuscirono a cavarsela perché alcuni furono catturati dagli addetti incaricati dai consoli durante i loro giri, mentre quelli che si rifugiarono nei piccoli centri probabilmente la fecero tutti franca.  La strada più sicura per evitare la cattura era però quella di recarsi in volontario esilio presso una delle città strette a Roma da un patto che riconoscesse tale diritto (per es. Napoli, Preneste, Tivoli, ecc.). Fino all’epoca dei Baccanali ed oltre, per evitare la pena di morte era, infatti, diffusa la prassi, che Polibio definisce lodevole e degna di nota, di consentire all’imputato, finché non fosse stata pronunciata la sentenza, di andarsene in esilio. All'espatrio del colpevole seguiva un provvedimento formale dell'interdictio aqua et igni (esilio) che comportava la perdita della cittadinanza, la confisca dei beni e il divieto di rientrare, sotto la pena di morte, nel territorio cittadino[97]. Noi non sappiamo quale fu la strada scelta da quelli che riuscirono a fuggire da Roma né tantomeno quanti riuscirono a salvarsi.

Di quelli che furono catturati, sia a Roma che nel resto d’Italia, coloro che avevano preso parte attiva ai delitti e agli attentati al buon costume furono condannati a morte, quelli che erano stati iniziati ma non avevano commesso azioni criminali furono messi in carcere; ne furono più uccisi che gettati in prigione[98].

I processi contro i seguaci del culto furono compiuti come procedimenti d’ufficio, nei quali non c’era bisogno di nessun accusatore e i magistrati esercitarono contemporaneamente istruttoria – accusa – e giudizio[99]. E’ chiaro però che i consoli accordarono il giusto ascolto agli accusati. Questo risulta da ciò che essi ordinarono agli edili curuli di tenere in libera custodia i preti del culto fino a un dibattimento, cioè di consegnarli nella custodia di privati cittadini (rispettabili)[100], e che agli altri accusati fu posto un termine entro il quale essi si dovevano costituire[101]. Da ciò si deduce che (come di norma) non si diede nessun ordine di custodia preventiva e l’istruzione del processo dipendeva praticamente in sostanza dal fatto che o i sospetti erano portati davanti ai consoli oppure che i loro nomi erano stati denunciati[102]. Per i denunciatori furono promessi premi[103]. Purtroppo non viene detto niente di che genere erano queste promesse.

 Per i condannati a morte Livio non fa alcun riferimento al ricorso da parte loro al diritto di appello al popolo (ius prouocationis)[104]. Alcuni studiosi[105] ritengono che tra gli imputati c’era un gran numero di donne e federati, per i quali non valeva la prouocatio e che il numero dei condannati a morte sia stato inferiore a quello di cui parla Livio. Si può pensare che l’assenza di provocatio fosse dovuta al fatto che i crimini commessi non erano politici oppure che nessun tribuno del popolo abbia pensato di usare il suo auxilium. E’ anche possibile che le autorità non abbiano concesso, per motivi che ignoriamo, il diritto di appello ai condannati a morte.  Santalucia pensa che i magistrati incaricati di questiones extra ordinem per casi di estrema gravità erano investiti di cognoscere et statuere (Cicerone, Brut., 85), cioè di accertare i fatti, ma anche di pronunciare una sentenza. Essi emettevano il verdetto sotto la loro esclusiva responsabilità e contro la sentenza non era possibile la provocatio, in quanto i loro iudicia erano sostitutivi di quelli davanti alle assemblee.[106]   Ma quale fu il destino di quelli messi in carcere? Sappiamo che Roma non aveva niente di un sistema moderno di prigione, cosicché quanto essi rimasero in prigione è un mistero. Cerrino, il caporione campano fu imprigionato ad Ardea e gli Ardeatini erano incaricati di controllarlo[107] (19,2). Egli fu probabilmente agli arresti domiciliari, il più comune modo di romano imprigionamento. Con questo metodo, i sospetti in attesa di processo criminale e i criminali in attesa di esecuzione erano normalmente imprigionati per poco tempo[108]. I cospiratori che non avevano commesso nessun crimine riconoscibile dalla pubblica legge criminale furono imprigionati come una misura amministrativa o coercitiva, non come punizione. Essi furono probabilmente detenuti fino al processo e rilasciati dopo la sentenza. E Livio con l’espressione in vinculis reliquebant (18.3) vuole dire semplicemente che essi furono lasciati nelle condizioni in cui erano rimasti dal loro arresto e i consoli facevano indagini contro di essi (quaerere), non emettevano giudizi (iudicia exercere)[109].

     Le donne condannate furono consegnate ai parenti (cognatis)[110], perché provvedessero ad eseguire privatamente le pene; solo nel caso non ci fosse qualcuno che potesse eseguirle, esse venivano punite in pubblico[111].

Fa rimanere di sasso questo tipo di punizione barbaro e inumano riservato alle donne che avevano sì aderito ai Baccanali, ma che probabilmente non avevano commesso nessuno dei reati che erano loro attribuiti.

Sorprende inoltre il racconto di Livio, che non mostra un briciolo di pietà verso questa punizione arcaica e terrificante: egli ne parla come di una mandria di animali avviati al mattatoio e sembra fermamente convinto che la severità del Senato era stata semplicemente all’altezza della situazione. Bisogna poi aggiungere che, nei secoli immediatamente successivi, non si è alzata una sola voce a favore di queste infelici e la maggior parte degli autori ha semplicemente ignorato l’affare dei Baccanali. Il primo dopo l’affare ad accennare a questo problema è stato Cicerone[112], il quale, pur ammettendo che gli antenati erano stati un po’ duri (duriores), ritiene che queste esecuzioni capitali non avevano niente di odioso, ma erano la giusta risposta a un pericolo incombente sullo Stato, un comportamento esemplare da servire come modello per il futuro.  Sulla linea di Cicerone, Valerio Massimo circa un secolo dopo sottolinea la severità del senato durante l’affare dei Baccanali[113]. Successivamente anche alcuni scrittori cristiani lodano i patres per il loro risoluto comportamento contro i culti stranieri[114]

La repressione fu quindi talmente sanguinosa e violenta che può paragonarsi soltanto a quella che qualche secolo dopo fu compiuta contro i Cristiani. Tale violenza contro gli adepti del culto di Bacco è sorprendente se si tiene conto che nessun popolo fu, come il romano, così tollerante in materia religiosa e non è giustificabile se si esaminano con obiettività le varie accuse delle autorità e se si considera che a capo c’erano forestieri e plebei, figure senza rilievo, poveri untorelli che certamente non potevano essere un grave pericolo per lo Stato romano.

Ma la repressione, anche se molto dura e severa, non era sufficiente, bisognava fare in modo che una simile calamità non risorgesse mai più. Alle misure poliziesche e giudiziarie bisognava far seguire disposizioni legislative idonee ad impedire nel futuro il risorgere della nefanda superstitio. Esse furono prese alle none di ottobre del 186 a.C. e vanno sotto il nome di Senatus consultum de Bacchanalibus, che nei suoi tratti essenziali ci era stato trasmesso da Livio e che oggi possediamo in una forma più completa nella tavoletta di bronzo indirizzata all’ager Teuranus e che riproduce, come si è detto, la copia dell’editto consolare[115] inviata ai Teurani perché rendessero pubbliche le prescrizioni stabilite dai senatori sui Baccanali. Dalle testimonianze esistenti sulle decisioni che nel 186, a vari livelli, furono prese sui baccanali, emerge, tra le altre caratteristiche, una cosa singolare: l’assoluta mancanza di un dibattito o di dissenso. Non appena il console Postumio informa i patres su quanto ha scoperto, essi, dopo averlo ringraziato, prendono subito la decisione di combattere l’insidiosa setta in tutta l’Italia con la massima energia[116]. Nella seduta successiva il senato approva un nuovo decreto finalizzato alla regolamentazione del culto di Bacco: il famoso Senatus Consultum de Bacchanalibus del 7 ottobre[117]. Dopo questa decisione in un altro senatoconsulto, su proposta del console Marcio Filippo, furono stabilite norme riguardanti gli informatori dei consoli, la prigionia ad Ardea di Minio Cerrino e premi per Ebuzio e Ispala[118].

Tutte le decisioni furono prese all’unanimità o almeno le testimonianze non ci riportano contrasti od opposizioni tra i senatori. Dopo il secondo decreto fu tenuta finalmente un’assemblea deliberativa del popolo romano (non sappiamo se fu un comitium o un concilium)[119]. Il popolo approvò tutte le disposizioni del precedente decreto dei senatori. Anche in questo caso le decisioni furono prese senza alcuna opposizione o contrasto. Si potrebbe pure pensare che contrasti ci furono, ma Livio o la sua fonte li abbiano volutamente omessi. Ma nelle pagine di Livio che si riferiscono a quegli anni sono registrati riferimenti alle numerose contese politiche interne: disaccordi sulla abrogazione della lex Oppia[120], resistenze ai trionfi di Fulvio Nobiliore[121] e Manlio Vulsone[122], processi agli Scipioni[123], la feroce lotta politica per pretura urbana[124] e la censura del 184[125]. Tenuto conto che nell’affare dei Baccanali non vengono citate opposizioni, si può pensare per contrasto che queste non ci furono. Si può anche ipotizzare che contrasti ci furono e l’unanimità fu il frutto delle abili manovre del console e dei suoi collaboratori dietro le quinte[126]. Ma è pure possibile pensare che il clima di caccia alle streghe che si determinò in quel frangente frenò qualsiasi reazione. Quelli che non erano d’accordo si guardarono bene dal manifestarlo: rischiavano di essere ritenuti complici degli adepti e di fare la loro stessa fine. Chi ci dice poi che tra i molti giustiziati non vi furono anche alcuni di quelli che osarono dissentire?

 

 

 


[1] C.I.L., I², 581. Lamina ahenea olim clavis parieti affixa  [...] reperta inter plurima antiquitatis vestigia, columnarum scapos integros fractos, bases, zophoros, epistylia  a 1640 Tirioli, cum principis eius loci Io. Bapt. Cigalae iussu fundamenta aedium effoderentur. Tiriolo vicus est in Bruttiis inter Catanzarum et Nicastrum in montibus inter utrumque mare medius, ubi aetate Romana agrum Teuranum fuisse ex hac tabula extrema apparet. Eius agri praeterea certa memoria nulla superest  [...] .

[2] Così è definito il senatus consultum dal giurista Gaio (I, 4): Senatus consultum est quod senatus iubet atque constituit idque legis uicem optinet, quamuis fuerit quaesitum. Per tutte le caratteristiche dei senatus consulta vedi: A. Guarino, 1969, pp. 204-206.

[3] C.I.L., I², 581 (= C.I.L., X, 104); Degrassi, 1972, II, n.511 ; Ernout, 1916, n. 58; Pisani, 1960, A 29. Nel 1727 il documento fu regalato dai legittimi eredi della famiglia Cigala all’imperatore Carlo VI d’Austria ed esposto nelle Antike Sammlungen del Kunsthistorisches Museum di Vienna dove è tuttora conservato (Spadea, 1977, pp. 137-138). A Tiriolo esiste una copia autentica.

[4] Kupfer, 2004, 184; Lavency, ,1998: 62.

[5] Ernout-Meillet, s.u. dico, p. 172: «Edico : Proclamer un édict ».

[6] Pailler, 1988, p. 297.

[7] Mouritsen, 1998, p. 52 ss.

[8] Il territorio era scarsamente urbanizzato ed era popolato da piccole comunità disperse nella campagna, ma dove la tavoletta fu trovata c’era una zona monumentale che era probabilmente il conciliabulum, il luogo dove si svolgevano le più importanti attività (quelle politiche, sociali e religiose) dell’ager.

[9] Ferri, 927, p. 341-343. Contrario alla distruzione di Tiriolo da parte dei Romani si dichiara Kahrstedt, 1959, p. 191. Egli ritiene che “natürlich wurde der Platz nicht von Römern zerstört, sondern er starb ab, als die Präfektursitze durch die Selbstverwaltungskörper abgelost wurden”.

[10] Spadea, p. 146.

[11] Mommsen, in C.I.L., I², 581.

[12] Questo dovrebbe essere stato il nome della città (Kirsten, 1962, p. 142).

[13] Vedi: I destinatari del cosiddetto Senatus Consultum de Bacchanalibus.

[14] Kahrstedt, 1959, p. 191: “In der Kaiserzeit wird das Leben ganz spärlich”.

[15] Livio, XXXIX, 18, 7-9:

 In reliquum deinde senatus consulto cautum est, ne qua Bacchanalia Romae neue in Italia essent. Si quis tale sacrum sollemne et necessarium duceret, nec sine religione et piaculo se id dimittere posse, apud praetorem urbanum profiteretur, praetor senatum consuleret. Si ei permissum esset, cum in senatu centum non minus essent, ita id sacrum faceret, dum ne plus quinque sacrificio interessent, neu qua pecunia communis, neu quis magister sacrorum aut sacerdos esset.

[16] P.V. Cova, 1974, p. 84, n. 6.

[17] Livio, XXXIX, 8, 1 Insequens annus Sp. Postumium Albinum et Q. Marcium Philippum consules ab exercitu bellorumque et provinciarum cura ad intestinae coniurationis uindictam avertit. … Consulibus ambobus quaestio de clandestinis coniurationibus decreta est.

[18] Livio, XXXIX, 20, 2-3 : Exercitus acceperunt, quos priore anno C. Flaminius et M. Aemilius consules habuerant. duas praeterea legiones nouas ex senatus consulto scribere iussi sunt, et uiginti milia peditum sociis et nomini Latino imperarunt et equites octingentos, et tria milia peditum Romanorum, ducentos equites. totum hunc exercitum praeter legiones in supplementum Hispaniensis exercitus duci placebat.

[19] Saulnier, 1981, p. 115.

[20] Cova, 1974, p. 91.

[21] Cova, 1974, p. 92.

[22] Walsh, 1996, p. 195.

[23] Livio, 39, 8, 3: Graecus ignobilis […] sacrificulus et uates […] occultorum et nocturnorum   antistes sacrorum. “Livio caratterizza il fondatore dei Baccanali come una figura sospetta” (Kowalewski, 2002, p. 255.

[24] Ivi, 8, 3: in Etruriam primum uenit.

[25] Ivi, 8, 7 : Nec unum genus noxae, stupra promiscua ingenuorum feminarumque erant, sed falsi testes, falsa signa testamentaque et indicia ex eadem officina exibant: uenena indidem intestinaeque caedes, ita ut ne corpora quidem interdum ad sepulturam exstarent.

[26] Ivi, 9, 1: Huius mali labes ex Etruria Romam, ueluti contagione morbi, penetrauit. La provenienza del culto dall’Etruria ha suscitato l’interesse di molti studiosi: Warde-Fowler, 1911, p. 340; Bailey, 1932, p. 178; Frank, 1927, p. 130; Cumont, 1929, p.191; Tarditi, 1954, p. 266.

[27] Vishnia , 1996, p. 175.

[28]Livio, 39, 13, 8: Primo sacrarium id feminarum fuisse, nec quemquam uirum eo admitti solitum. Tres in anno statos dies habuisse, quibus interdiu Bacchis initiarentur.

[29] Forse originaria di Capua, cfr.: Voisin, 1984, 601-665; Heurgon, 1942, 333-370.

[30] Livio, 39 , 13, 9: et nocturnum sacrum ex diurno, et pro tribus in anno diebus quinos singulis mensibus dies initiorum fecisse.

[31] Ivi, 9, 1: Primo urbis magnitudo capacior patientiorque talium malorum eam celauit.

[32] Secondo Livio (XXXIX, 12, 4: expromeret sibi quae in luco Stimulae Bacchanalibus in sacro nocturno solent fieri) le Baccanti si riunivano in luco Stimulae. Questo bosco sacro si trovava vicino al Tevere, non lontano dall’Aventino, in una piccola pianura che si estendeva tra la collina e il fiume, a valle della strettoia utilizzata dalla strada di Porta Trigemina (Bruhl, 1953, p. 88).

[33] Livio, XXXIX, 9, 4: se pro aegro eo uouisse, ubi primum conualuisset, Bacchis eum se initiaturam; damnatam uoti benignitate deum exsoluere id uelle.

[34] Ivi., 9, 4: Decem diebus castimonia opus esse.

[35] Il suo nome indica che era una spagnola originaria di Hispalis (odierna Siviglia), una colonia romana situata sul fiume Baetis.

[36] Livio, 39, 10, 4: per iocum adulescens uetat eam mirari, si per aliquot noctes secubuisset.

[37] Ivi, 10, 5: si coacta caritate eius silenda enuntiasset.

[38] Ivi, 10, 6: scire omnis generis eam officinam esse.

[39] Ivi, 10, 6: et iam biennio constare neminem initiatum ibi maiorem annis viginti. Si deve notare che Ispala non ha potuto conoscere personalmente questo stato del culto per ragioni cronologiche, infatti ella non ha potuto conoscere questa riforma di due anni prima, se, come lei stessa afferma, liberam numquam eo accessisse.

[40] Dubourdieu e Lemirre, 1996, p. 296.

[41] Livio, 39, 10, 7: ut quisque introductus sit, uelut uictimam tradi sacerdotibus. eos deducere in locum, qui circumsonet ululatibus cantuque symphoniae et cymbalorum et tympanorum pulsu, ne uox quiritantis, cum per uim stuprum inferatur, exaudiri possit.

[42] Dubourdieu e Lemirre, 1996, p. 296.

[43] Livio, 39, 10, 4: Uitricus ergo tuus pudicitiam famam spem uitamque tuam perditum ire hoc facto properat.

[44] Festugière, 1977, p 95 s..

[45] Livio, XXXIX, 11, 2: Confestim mulier exclamat Hispalae concubitu carere eum decem noctes non posse.

[46] Ivi 11, 2: Iurgantes hinc mater hinc uitricus cum quattuor eum servis domo exegerunt..

[47] Ivi, 11, 3: deinde ex auctoritate eius postero die ad consulem Postumium arbitris remotis rem detulit.

[48] Ivi, 13, 8: Tum Hispala originem sacrorum expromit.

[49] Dubourdieu e Lemirre, 1996, p. 297-298.

[50] Essi saranno analizzati criticamente nella sezione: Livio e i riti bacchici.

[51] Livio, 39, 14, 3 : Ita cum indices ambo in potestatem essent, em ad senatum Postumius defert, omnibus ordine expositis, quae delata primo, quae deinde ab se inquisita forent.

[52] Ivi, 19, 5 – 6 : Utique Feceniae Hispalae datio, deminutio, gentis enuptio, tutoris optio item esset, quasi ei uir testamento dedisset ; utique ei ingenuo nubere liceret, neu quid ei qui duxisset ob id fraudi ignominiaeue esset ; utique consules praetoresque, qui nunc essent quiue postea futuri essent curarent, ne quid ei mulieri iniuriae fieret, utique tuto esset.

[53] Reinach, 1923, p. 270: «il n’y eut pas d’enquête sérieuse, et qu’une dénonciation unique, peut-être extorquée, à coup sûr mensongère, donne le prétexte à l’établissement d’une régime de terreur ».

[54] Soltau, 1897, p. 34, n. 1.

[55] Meautis, 1940, p. 447 : «roman -feuilleton [...] le roman de la jeunesse innocente et persécutée ».

[56] Pettazzoni, 1952, p. 9.

[57] Bruhl, 1953, p. 98: « L’histoire de la dénonciation portée par la courtisane Hispala Fecennia contre la mère e le beau-père de son jeune amant Aebutius a un peu l’apparence d’un conte romanesque ».

[58] Tarditi, 1954, p. 272.

[59] Jeanmaire, 1991, p. 457 s. : « le rôle attribué au jeune Aebutius et à sa maîtresse la courtisane Hispala Fecenia dans la découverte de la conspiration a toute l’apparence d’une mise en scène policière ».

[60] Béquignon, 1941, p. 185 : « Je crois que le récit de Tite-Live a toutes les apparences de la réalité. La dénonciation d’Hispala a pu se faire dans les conditions indiquées par Tite Live ».

[61] Fraenkel, 1932, pp. 369-396, p. 388: «Die Novellenmotive, die den Anfang der Darstellung von der Aufdeckung des Skandals lose umranken, dürfen den Blick nicht trüben für die erlesene Güte des Materials, das der Haupterzählung in den politisch und Juristich belangreichen Stücken zugrunde liegt».

[62] D’Onofrio,  2001, p. 21.

[63] Walsh, 1996, p. 188-203.

[64] Wiseman, 2000, pp. 265-300.

[65] Livio, XXXIX, 19, 3. Cfr.  Kowalewski, , 279.

[66] Norr, 2007, p. 3834. Cfr. Livio, 39,19, 3.

[67] Humbert, 1987,  p.132 s.

[68] Watson, 2004, p. 411.

[69] Watson, 2004, p. 414.

[70] Norr, 2007, p.3863.  Testi antichi sul vizio della narrazione in Gelzer, 1964, p. 220 ss..

[71] Scafuro, 1989, p. 36: « stereotypical characterizations, intrigue, diction, the domestic plot or comic paradigm, together with comic ideology that equates citizen status with character » ;  Zimmerman, 1995, p. 372-73.

[72] Robinson, 2007, p. 16.

[73] Cova, 1974., p. 86.

[74] Luisi, 2005/07, p. 148.

[75] Sia in questo caso che nell’introduzione iniziale il termine coniuratio è usato al plurale; in tali casi esso “ha sempre il significato di rivolte, ribellioni, sollevamenti, specie di schiavi, contro qualcuno” (Luisi, 2005/07, p. 149).

[76] Livio,  XXXIX, 14, 6.

[77] Ivi 14, 7-8 : Sacerdotes eorum sacrorum, seu uiri seu feminae essent, non Romae modo, sed per omnia fora et conciliabula conquiri, ut in consulum potestate essent. Edici praeterea in urbe Roma et per totam Italiam edicta mitti ne quis, qui Bacchis initiatus esset, coisse aut conuenisse sacrorum causa uelit, neu quid talis rei diuinae fecisse: ante omnia ut quaestio de his habeatur, qui coierint coniurauerintue, quo stuprum flagitiumue inferretur. Haec Senatus decreuit.

[78] Sulla prima fase dell’affare egli è la nostra unica fonte.

[79] Robinson, 2007,  p. 19.

[80] Galsterer, 1976, 37-41 , ha proposto di intendere Italia come un termine legale riferibile nel secondo secolo a.C. solo all’ ager Romanus. Contrario a questa idea si dichiara Pailler, op. cit., p. 330-332. Cfr. Mouritsen, 1998, p. 45 n. 25, che dopo aver notato che non si può dare a un termine lo stesso significato in tutte le fonti, offre un chiaro quadro d’insieme delle testimonianze e delle idee sul significato di Italia (pp. 45-58).

[81] Pastorino, 1967, p. 174.

[82] Gruen, 1990, p. 41.

[83] Si chiamavano così le assemblee convocate per ascoltare discorsi e dibattiti (e non per deliberare) (Guarino, 1963, p. 194). Nel caso di un senatoconsulto la contio era poco più che una riunione informale, semplicemente finalizzata a pubblicizzare gli editti del senato (Millar, 1984, pp. 1-19, 2-4, 16-19; Kunkel, 1973, p. 30).

[84] Livio, XXXIX, 16, 12: Senatus quaestionem extra ordinem de ea re mihi collegaeque meo mandauit. Nos quae ipsis nobis agenda sunt impigre exsequemur.

[85] Ivi 16, 3: Crescit et serpit cotidie malum. Iam maius est quam ut capere id priuata fortuna possit; ad summam rem publicam spectat.

[86] Gruen, 1990, p. 42; Robinson, 2007, p. 17.

[87] Per essi vedi Gruen, 1990, p. 41 ss..

[88] Livio, XXXIX, 17, 6: Coniurasse supra septem milia uirorum ac mulierum dicebantur.

[89] Livio non ci dà alcuna notizia sulla loro sorte. Solo di Minio Cerrino ci fa sapere che fu confinato ad Ardea (XXXIX, 19, 2: Minium Cerrinium Campanum Ardeam in uincula mittendum censuerunt). Questa notizia è chiaramente in contraddizione con quella delle molte condanne a morte. Vedi dopo.

[90] Livio, 39, 17, 5: Quidam ex iis uiri feminaeque mortem sibi consciuerunt.

[91] Livio, XXXIX, 18, 1: Ceterum tanta fuga ex urbe facta erat, ut quia multis actiones et res peribant cogerentur pretore T. Maenius et M. Licinius per senatum ses in diem tricesimum differre, donec quaestiones a consulibus perficerentur. W. Nippel, 1997, p.67-68, nota la contraddizione di questa notizia con quella precedente dei molti arrestati.

[92] Robinson, 2007,  p. 19.

[93] Livio, XXXIX, 18, 1-2: circa fora proficisci ibique quaerere et iudicia exercere.

[94] E’ sorprendente l’atteggiamento di tanti autorevoli studiosi di tenere conto di quello che le fonti non dicono solo quando fa loro comodo.

[95] Rasmussen, 2003, p.232.

[96] Turcan, 1972, p. 23.

[97] Santalucia, 1998, p. 88 e 182.

[98] Ivi 18, 5: Plures necati quam in uincula coniecti sunt.

[99] Nippel, 1972, p. 69.

[100] Livio, 14, 9: consules aedilibus curulibus imperarunt, ut sacerdotes eius sacri omnes conquirerent, comprehensosque libero conclaui ad quaestionem seruarent

[101]Livio, 17, 2 : Qui nominatus profugisset, diem certam se finituros, ad quam nisi citatus respondisset, absens damnaretur.

[102] Nippel, 1972, p. 69.

[103] Recitari deinde senatus consulta iusserunt, indicique praemium proposuerunt, si quis quem ad se deduxisset nomenue absentis detulisset.

[104] Fin dal 449 a.C. la lex Valeria-Horatia de prouocatione (cfr. Livio, III, 55, 4) aveva stabilito che i condannati a morte potevano ricorrere prima dell’esecuzione della sentenza al giudizio del popolo riunito in assemblea.

[105] Tarditi, 1954, p. 280   ; D’Onofrio, 2001, p. 55.

[106] Santalucia, 1998, p. 98-99.

[107] Livio, XXXIX, 19, 2.

[108] Berger e Lintott, “Prison” in the Oxford classical Dictionary, 1248.

[109] Baumann, 1990, p. 337.

[110] Cognatus è il parente per consanguineità, e differisce da agnatus; cfr. Paolo, in Digesto, 38, 10, 2: Cognati sunt et quos agnatos Lex XII Tabularum appellat, sed hi sunt per patrem cognati ex eadem familia; qui autem per feminas coniunguntur, cognati tantum nominantur.

[111] Livio, XXXIX, 18, 6: Mulieres damnatas cognatis, aut in quorum manu essent, tradebant, ut ipsi in priuato animaduerterent in eas: si nemo erat idoneus supplicii exactor, in publico animaduertebatur. Le donne presso i Romani non erano sui iuris. Secondo il diritto romano esse non erano in grado di provvedere a se stesse propter leuitatem animi, cioè per la volubilità del loro carattere e quindi erano sottoposte per tutta la vita al controllo di un tutore (di regola un parente, talvolta una persona designata dal padre per testamento oppure nominata dal magistrato). Quando esse commettevano qualche delitto, lo Stato le consegnava al padre, se non maritate, al marito, se maritate, ai tutori o patroni, se non avevano persone di famiglia da cui dipendevano, perché le punissero dentro le mura della propria casa: cfr. Livio, Epitome. XLIX: Publicia et Licinia nibiles feminae, quae uiros suos consulares necasse insimulabantur, cognita causa, cum praetori pro se uades dedissent cognatorum decreto necatae sunt; Valerio Massimo, VI, 3, 7: in omnes (damnatas) cognati intra domos animaduerterunt.

[112] Cicerone, De legibus, II, 37: quo in genere seueritatem maiorum senatus uetus auctoritas de Bacchanalibus et consulum exercitu adhibito quaestio animaduersioque.

[113] Valerio Massimo., 6, 3, 7: consimili seueritate senatus ... mandauit ut de his, quae sacris Bacchanalibus inceste usae fuerant, inquirerent.

[114] Tertulliano, Apologeticum., 6; id., Ad Nationes. 1, 10; Agostino, De Civitate Dei, 6, 9; 18, 13.

[115] E’ quasi sicuro che altre copie dell’editto furono inviate a molte altre località sottoposte alla giurisdizione romana.

[116] Livio, XXXIX, 14, 3 – 8.

[117] CIL, X, 104; Livio, XXXIX, 18, 7.

[118] Livio, XXXIX, 19, 1- 4.

[119] Ivi, 19, 5. Comitium era un’assemblea di tutti i cittadini, concilium se comprensiva della sola plebe (A. Guarino, 1963, p.194).

[120] Idem XXXIV, 1-8.

[121] Idem, XXXVIII, 43-44; idem XXXIX, 4-5.

[122]Idem, XXXVIII, 44, 9; ivi, 50, 3; ivi, 57, 7; ivi, 58, 11-12; Idem, XXXIX, 1, 4; ivi, 6, 3-6; ivi, 7, 3.

[123] Idem XXXVIII, 50-60.

[124] Idem., XXXIX, 39.

[125] Ivi, 40.

[126] Gruen, 1990, p. 57.