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LIVIO, CATONE E I BACCANALI

 

 

 

Tarditi[1] ritiene che il concetto di congiura a proposito dei Baccanali sia stato ideato da Marco Porcio Catone, la personalità allora più influente e ascoltata delle forze conservatrici. Costui riteneva utile, per realizzare il suo progetto politico, far passare i Baccanali come nuclei legati da un giuramento e manovrati dai Greci contro la struttura sociale e morale dello Stato e sobillare contro di loro il popolo. Il vero obiettivo che egli voleva colpire a morte era l’Ellenismo da cui questo culto dipendeva e che era stato duramente e con successo combattuto dalle forze conservatrici ed era al tramonto, com’era alla fine la potenza degli Scipioni che lo avevano favorito. Catone sperava che l’odio e il disgusto verso i Greci e le tendenze ellenizzanti, già diffuse presso la grande massa del popolo romano[2], sarebbero diventati travolgenti. L'affare dei baccanali poteva essere il colpo finale contro l'Ellenismo. Era fermamente convinto che per salvare la repubblica da ogni influenza straniera bisognasse ancorarla alle idee tradizionali, agli antichi costumi, a quella parsimonia agricola che era stata un tempo proprio di tutti i Romani.  Noi sappiamo da Festo[3] che egli pronunciò un’orazione, su una congiura, che secondo Iordan[4], avrebbe tenuto in senato appunto nel 186 a.C. Di questo discorso ci è pervenuta una sola parola, precem, che per combinazione appartiene alla sfera religiosa. Sarebbe stato in quest’orazione, pronunciata durante la persecuzione dei Baccanali, che egli avrebbe presentato il movimento dionisiaco come una congiura ai danni dello Stato e sobillare il popolo contro gli adepti. Il console Postumio che aveva ascoltato nel senato il discorso di Catone, avrebbe poi ripetuto lo stesso concetto nella sua contio al popolo. “Che il concetto di congiura a proposito dei Baccanali provenga da Catone può trovare conferma nel fatto che nel racconto della cortigiana a Postumio sull’origine e le cerimonie dionisiache non è fatto alcun cenno a una congiura, mentre quest’accusa ritorna più volte nel discorso del console ai Romani”.[5]. Se a questo concetto di congiura contro la repubblica puntigliosamente ribadito, si aggiunge lo spirito di tutto il discorso, viene spontaneo pensare che Livio nell’ideare il discorso del console al popolo abbia utilizzato l’orazione di Catone sui Baccanali.

 L’ipotesi di Tarditi e di altri studiosi di considerare Catone l’avversario numero uno dei Baccanali non si basa su documenti che ne attestino la veridicità perché essi non esistono. Si cita a favore di essa solo parola precem del discorso che avrebbe tenuto Catone. Ma niente prova che questa coniuratio sia quella dei Baccanali in un tempo in cui i disordini erano all’ordine del giorno. Potrebbe essere stata pronunciata nel contesto della ribellione slava o della guerra contro i Liguri[6]. In pratica, l’ipotesi si basa principalmente sul comportamento di Catone successivo all’affare dei Baccanali e sulla figura storica del personaggio tramandata ai posteri.

 Anche l’argomentazione più seria che è addotta: la presenza tra i tre redattori del senatoconsulto sui Baccanali di L. Valerio Flacco, amico personale e politico di Catone, non è una prova risolutiva. Infatti, in questa circostanza il suo ruolo non può essere disgiunto da quello degli altri due colleghi: M. Claudio Marcello e Q Minucio Rufo. Ciascuno di essi apparteneva a una delle grandi correnti del senato: Flacco all’ala conservatrice e reazionaria di cui faceva parte Catone, Claudio Marcello al blocco centrale che associava allora “Fabii”, “Claudii” e “Fulvii”, Minucio Rufo al clan degli Scipioni[7]. Il Pailler ritiene il tentativo di questi studiosi una pura illusione e conclude che conviene rifiutare ogni miraggio retrospettivo fondato sul comportamento successivo di un personaggio divenuto storico e sull’immagine trasmessa di lui ai posteri[8]. A suo parere, si può al massimo ritenere che il futuro censore abbia appoggiato le misure decise collettivamente dal senato sotto l’impulso del console Postumio e abbia imparato la lezione da questi avvenimenti e saputo trovare nella repressione del 186 la idea, anzi il modello del kaqarmo@v propagandato, due anni più tardi, al momento di sollecitare la censura[9].

Secondo questa ipotesi, Catone negli anni antecedenti al 186 aveva certamente dato il suo importante contributo all’affermazione del partito conservatore, di cui faceva parte, ma non ne era ancora divenuto il leader.

E’ invece sicuro che, almeno secondo quello che ci testimonia Livio, il deus ex machina di tutte le operazioni che furono compiute riguardo ai Baccanali fu il console Postumio. Egli riuscì a gestire l’affare con molta abilità tanto che nessuno del partito contrario osò opporsi, come se i suoi oppositori fossero improvvisamente scomparsi nel nulla. Il partito conservatore, sotto la sua guida, raggiunse quindi un consistente potere politico. E’ infine certo che egli raggiunse pure un grandissimo prestigio personale, se in occasione delle elezioni dei consoli e dei pretori per l’anno successivo (185), riuscì a fare eleggere come pretori ben due appartenenti alla sua famiglia: A. Postumio Albino (Lusco) e L. Postumio Tempsano[10].

E’ indubbio che il console Postumio abbia giocato un ruolo importantissimo negli avvenimenti del 186, ma non è per niente plausibile che egli non abbia avuto comprimari e non è credibile che l’altro console abbia svolto solo la funzione di spettatore e che Catone non abbia in essi avuto nessun ruolo. Se già nel 195 a. C. (undici anni prima dell’affare), era diventato console, doveva aver già raggiunto una posizione di assoluto rilievo. Ed era già il capofila dei conservatori, se con un discorso lungo e infuocato cercò di impedire l’abrogazione della lex Oppia[11]. Si può poi ragionevolmente supporre che negli anni successivi il suo ruolo sia andato aumentando e non diminuendo, se nel 184 (due anni dopo l’affare) ottenne l’importante carica di censore, mentre i grandi generali Fulvio Nobiliore, Manlio Vulsone e Lucio Scipione presentarono la loro candidatura alla censura, ma non furono eletti.

Se noi analizziamo il discorso del console, è evidente che è lui che domina la scena, si attribuisce la paternità del concetto di congiura e si presenta come il salvatore della patria dalle mire dei congiurati bacchici. Il suo discorso per l’autocelebrazione di salvatore della patria può essere accostato un po’ alle Catilinarie di Cicerone. Tutto sarebbe stato normale se il discorso fosse stato confezionato proprio dallo stesso console, ma sappiamo bene che esso è una creazione dello stesso Livio[12]. Viene naturale chiedersi perché lo storico avrebbe celebrato così smaccatamente il console attribuendogli la paternità d’idee che non erano sue e perché avrebbe taciuto completamente sul ruolo importante che pure avrebbe avuto Catone nell’affare. E’ evidente che Livio, scrivendo dopo tanti anni non aveva alcun interesse a celebrare Postumio tutto a scapito di Catone. E ciò è tanto più vero se confrontiamo questo passo col discorso infuocato contro la proposta di abrogare la lex Oppia che Livio attribuisce a Catone. A questo proposito Bauman ricorda l’esempio che Catone aveva usato per sconsigliare l’abrogazione della legge: le donne di Lemno uccisero i mariti dopo aver fatto un giuramento sotto l’impulso di Venere (Veneris impulsu coniuratae).

L’unica spiegazione di questa particolare impostazione si trova quasi certamente nella fonte che Livio ha utilizzato, che deve essere stata diversa da quella usata nel discorso contro l’abrogazione della lex Oppia attribuito a Catone. Egli ha quindi usato, senza analisi critica, una fonte che aveva tutto l’interesse alla celebrazione del console Postumio e nello stesso tempo a tacere sul ruolo di Catone.

L’ipotesi che dà una risposta plausibile a questo problema è quella fatta da Fronza.  La studiosa ritiene che la fonte di Livio si trovi nell’opera storica di Aulo Postumio Albino. Costui, di una generazione posteriore al console, suo stretto parente, ambizioso e avviato pure lui alla carriera politica, nella sua Pragmatikh# iéstori@a, per illustrare i fasti della sua famiglia avrebbe esagerato l’opera del suo parente[13].  E’ pure ovvio, a mio parere, che per esaltare al massimo il console dei Baccanali egli doveva totalmente tacere sul ruolo avuto da altri comprimari nell’affare e in particolare da Catone. Non poteva certo evidenziare che l’idea della congiura dei baccanali contro la repubblica romana era di Catone e non del console che l’aveva fatta propria. Di quest’opera si sarebbe giovato Polibio per la politica interna di Roma e indirettamente se ne sarebbe servito Livio che usa spesso Polibio come fonte.

Nulla però impedisce di credere che Livio abbia potuto avere a disposizione direttamente l’opera di Aulo Postumio Albino e l’abbia utilizzata secondo il suo solito, cioè senza analizzarla criticamente[14]. Ha accettato quindi senza discutere l’impostazione data agli avvenimenti dal parente del console. Questo anche perché essa veniva incontro a quelle che erano le sue idee. Egli guardandosi intorno vedeva la società di cui faceva parte assai corrotta e degenerata e i costumi ormai molto lontani dal mos maiorum. Egli pensava che le cause si dovessero ricercare nei prolungati contatti con la prosperità materiale proveniente dall’est e nella possibilità di molti di aumentare la propria ricchezza. Fissava il punto di svolta per la degenerazione della morale nel 187, l’anno precedente dell’affare[15]. Convinto che la storia potesse essere magistra vitae si è sforzato di presentare il passato non nella sua realtà ma in modo tale che potesse valere per il presente. Chi leggeva le sue pagine di storia sui Baccanali, li doveva trovare abominevoli e da evitare a tutti costi. Eccezionali misure erano giustificate, quando si considera che un gruppo di stranieri, donne e giovani cospirassero contro lo stato e la loro amplificazione poteva benissimo servire meglio come un esempio per il futuro. La riprovazione per i baccanali doveva inoltre estendersi a tutti i culti stranieri e ai comportamenti diversi da quelli tradizionali. In questo egli dava il suo contributo al programma augusteo tendente, teoricamente, a frenare la degenerazione dei costumi con il ritorno alla religione tradizionale romana[16]. In realtà Augusto negli antichi dei e nel loro culto voleva trovare il sostegno per dare legittimità al suo principato. La religione che si sforzava di ricostruire diventava “per lui stesso e per i suoi successori instrumentum regni, mezzo cioè di dominio, secondo quel metodo che Varrone, con la sua opera di ricostruzione archeologica, le Antiquitates, aveva indicato a Cesare”.[17]

Dal confronto dei due passi di Livio (L’abrogazione della legge Oppia e l’affare dei baccanali) emerge con chiarezza il suo tipico modo di usare le fonti. Anche se egli ha a disposizione più fonti su un dato argomento, ne sceglie una, quella che si adatta meglio alle sue idee e la segue totalmente, senza rinunciare ad abbellire e ad amplificare i fatti che a lui sembrano più interessanti. Egli non solo non fa un’analisi critica delle sue fonti, ma nemmeno controlla se tra le varie fonti che usa ci si siano delle contraddizioni. Solo così si spiegano la celebrazione del console Catone all’inizio del libro XXXIV e la dedica di ben tre capitoli al suo intervento contro l’abrogazione della lex Oppia, mentre nell’affare il suo nome in sostanza scompare nel nulla. Dal racconto di Livio sui Baccanali sembrerebbe che Catone non abbia avuto alcun ruolo per poi ridiventare persona dominante solo due anni dopo. Questo non è assolutamente credibile.

In conclusione possiamo affermare che Livio, nel presentare i fatti riferibili all’affare dei baccanali, sposa, come di solito, totalmente il punto di vista delle fonti scelte e nel fare ciò non esita ad abbellirli con una buona dose di pathos e ad alterarli continuamente rispetto alla realtà. I motivi che condussero lo storico a presentare gli avvenimenti del 186 a.C. in modo abbastanza deformato possono pertanto essere trovati da una parte negli ideali morali che lo guidavano, dall’altra nelle fonti che egli ha utilizzato senza un minimo di analisi critica.

 

 


[1] Tarditi, G., «PP», XXXVII, 1954, p. 277 s.; cfr. anche: De Sanctis G., Storia dei Romani, IV, 1, Roma 1923, I, pp. 581-584; Bruhl, Liber Pater, Paris 1953, pp. 115-116; Bayet J., La religione romana, Torino 1959, pp. 152-155; Pettazzoni R., Italia Religiosa, Bari 1952,  p. 13;  Bauman R.A., «Historia», 1990,  p. 336; D’onofrio, Baccanali, Firenze  2001, p. 39 ss.

[2] Un riflesso dell’atteggiamento ostile del popolo romano verso i Greci si può trovare nel noto brano del Curculio (v 288 ss.) in cui Plauto, sicuro di avere l’approvazione degli spettatori fa una violenta tirata satirica contro i filosofi greci, saggi solo in apparenza, ma in realtà ipocriti e pieni di vizi.

[3] Festo, p. 280 Lindsay: «Precem  singulariter Cato in ea quae est de coniuratione.»

[4] M. Catonis praeter librum de re rustica quae extant, ed. Iordan, Stuttgardiae 1860, LXXVII. Cfr.: Cova P.V., «Athenaeum», 62, 1974, p. 89, n. 17; Della Corte F., Catone Censore, Firenze 1969, p. 213.

[5] Tarditi, «PP», XXXVII, 1954, p. 277. Esprimono lo stesso parere: Luisi, La terminologia del terrorismo, 2005, p. 151 n. 27; Cova «Athenaeum», 62, 1974, p. 85 e 97.

[6] Gruen E.S., Studies in Greek Culture and Roman Policy Los Angeles 1990, p. 57; cf. Livio, XXXIII, 36, 2; Livio, XXXIV, 56, 2.

[7] Pailler, Bacchanalia, 1988, p. 147. Rousselle, («CJ», 1982, p. 12-15) dopo aver compiuto una sintetica analisi prosopografica delle famiglie romane implicate nell’affare dei Baccanali, osserva che i tre segretari redattori del S.C.de B. erano uomini che avevano avuto precedentemente interessi e una esperienza nell’Italia Meridionale. L’osservazione è indubbiamente interessante ma è un po’ azzardato, come egli fa, considerare questi senatori come patrons di città e comunità di quelle regioni e addirittura di guide religiose capaci di spiegare ai Romani la realtà e i pericoli dei Baccanali italici (Pailler, Bacchanalia, 1998, p. 74).

[8] Pailler, Bacchanalia, 1988, p. 148.

[9] Pailler, Bacchanalia, 1988, pp. 148 – 149.

[10]Livio, XXXIX, 23, 2.

[11] Livio XXXIV, 2-4.

[12] Van Son, Bacchanalia, 1960, p. 66.

[13] Fronza L., «Annali Università di Trieste» XVII, 1947, p. 202-226; Cfr. Pailler, Bacchanalia 1988, p. 600-612; Briscoe J., A commentary on Livy. Books 38-40, Oxford 2003, pp. 302-308.

[14] Rousselle («CJ», 1982, pp. 4-19), dopo un’ampia discussione, conclude che Livio va indietro alla prima fonte, probabilmente A. Postumio Albino.

[15] Livio, XXXIX, 6, 7: Uix tamen illa quae tum conspiciebantur, semina erant futurae luxuriae. Cf. Pagan, Conspiracy narratives in Roman history, Austin 2004, p. 56.

[16] Adamik, Livius über die Bacchanalien Verschwörung, in «Acta antiqua», 47, 2007, p. 338.

[17] Pastorino, Religiosità romana, Torino 1967, p. 57.