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Perché tante interpretazioni errate?

 

Dopo anni di studio sull’epigrafe di Tiriolo mi sono reso conto che su di essa si sono accumulati tanti errori, alcuni quasi inspiegabili. Voglio cominciare il mio discorso esaminandone brevemente alcuni ripetuti ossessivamente sui siti web.

Questo documento non è un decreto del Senato.

E’ notorio che i senatori, di norma, non potevano emettere un decreto attuativo (il potere esecutivo, ius edendi, era di esclusiva competenza dei magistrati), essi potevano dare solo un parere (censere) che da solo non aveva alcun valore legale, se il magistrato richiedente non lo faceva proprio attraverso un suo editto. Infatti, il consultum del senato non era mai concepito come vincolante, ma era sempre subordinato alla clausola “se sembrerà opportuno ai magistrati” «si magistratibus videbitur».

Il documento è invece un editto dei consoli del 186 AC. Per rendersene conto basta leggere con un po’ di attenzione il preambolo (i primi tre righi) nel quale i consoli. evidenziano nei minimi dettagli la procedura seguita. Essi (da notare che sono i loro nomi che spiccano all’inizio del documento) resisi conto che bisognava regolare per il futuro l’esercizio del culto di Bacco, alle idi di ottobre del 186 a.C. hanno consultato il senato (consoluerunt)[1]. Immediatamente dopo evidenziano che i senatori hanno loro consigliato (censuere) che a quelli che nell’ambito dei Baccanali (de Bacchanalibus) fossero consociati (quei foideratei esent) bisognava promulgare un editto (exdeicendum)[2] con queste disposizioni (lett. ita).  L’avverbio ita “così” è chiaramente parola chiave: essa ci dice che il documento è l’editto dei consoli nel quale essi hanno fatto proprie le norme che i senatori hanno raccomandato. In un suo brano, molto interessante anche da altri punti di vista, Livio conferma che il consultum del senato fu seguito da un editto dei consoli ed è sorprendente che nessun critico lo abbia notato:

Livio, XXXIX, 17, 4: Terror magnus urbe tota fuit, nec moenibus se tantum urbis aut finibus Romanis continuit, sed passim per totam Italiam, litteris hospitum de senatus consulto et contione et edicto consulum acceptis, trepidari coeptum est.

I Bacchanalia non sono le feste in onore di Bacco.

Il termine Bacchanal sia al singolare sia al plurale nell’editto indica sempre un luogo di culto delle Baccanti cioè un santuario. Una conferma del suo significato ce la dà Livio che quasi due secoli dopo parla di de bacchanalibus sacrisque nocturnis “sui baccanali e sulle cerimonie notturne”, cioè sui luoghi di culto di Bacco e sulle cerimonie che vi si svolgevano. Non è credibile che qui Livio usi due espressioni che indicano la stessa cosa. Un’ultima constatazione: La parola “bacchanal” sia al singolare sia al plurale in tutti i testi che ci sono pervenuti da Plauto fino a Giovenale significa sempre un luogo di culto.  Questo conferma l’opinione di Schwyzer[3] e degli autori del Thesaurus[4], secondo i quali la parola sarebbe derivata da baccha, non da Bacchus. Questa tesi si basa principalmente sul confronto tra bacchanal e lupanar, due nomi di luogo che si riferiscono a due categorie di donne sulle quali pesa lo stesso giudizio negativo: bacchae e lupae. Il suffisso delle due parole era lo stesso -al, solo che quando esso si univa a un tema che conteneva già una l per dissimilazione la l del suffisso era sostituita da r che così diventava –ar (lupanal > lupanar)

Non è vero che il senato eliminò il culto di Bacco.

Questo è evidentissimo se si legge con un po’ di attenzione l’editto dei consoli inviato ai seguaci di Bacco dell’ager Teuranus.  Esso stabilisce che: -Possono essere mantenuti i santuari che hanno una lunga tradizione di venerabilità, gli altri devono essere demoliti. - Le baccanti possono riunirsi nei santuari conservati per le loro cerimonie, ma possono accogliere tra di loro solo uomini autorizzati dalle autorità. - Tutte le cariche sono abolite, ad eccezione di quella di sacerdotessa. - Le associazioni non possono avere una cassa comune. - Non possono avvenire cerimonie in segreto. - Le cerimonie miste con meno di cinque persone (tre donne e due uomini) non devono essere autorizzate. Alle limitazioni riguardo alla partecipazione alle cerimonie sono concesse deroghe, anche se a difficili condizioni. In breve si stabiliscono regole precise per quanto riguarda i luoghi di culto, la gerarchia dei dirigenti e l’esercizio del culto e nient’altro.

Il culto non viene nemmeno sfiorato: Rispettando le limitazioni poste dalle autorità, i seguaci di Bacco potevano continuare a venerare il loro dio come avevano sempre fatto.

Io non riesco a capire su quali basi tanti continuano ad affermare ossessivamente che il documento ha abolito il culto di Bacco. Certamente essi non hanno nemmeno provato a leggere il testo dell’editto.

Mi sono poi chiesto perché tali errori su questo documento col passare del tempo invece di essere lentamente eliminati sono diventati verità assolute.

Probabilmente una delle ragioni è dovuta al fatto che quasi tutti gli studi su quest’argomento sono interventi su singoli e parziali aspetti. Ora quando si affronta un singolo problema, è necessario accettare le idee basilari, perché non si ha il tempo di accertare se esse sono esatte. La ricerca così rischia di non raggiungere i suoi scopi e le inesattezze sono perpetuate e diventano col tempo verità incontrovertibili.

 

Un’altra ragione è dovuta al fatto che tanti elementi dell’editto sono mescolati impropriamente con altri derivati dalla storia di Livio sui Baccanali.  Ne è venuto fuori un impasto eterogeneo di dati inesatti che spesso mistificano la realtà.

E’ importante sottolineare che i due documenti sono molto diversi anche perché si riferiscono a due diverse fasi dell’affare dei Baccanali. Livio si riferisce principalmente alla prima fase, quella acuta dell’affare: la repressione anche violenta dei seguaci di Bacco, messa in opera non certo per motivi religiosi, ma per scopi essenzialmente politici. Essa fu uno strumento di lotta politica, attraverso il quale i conservatori e la classe senatoria, riuscirono a ribaltare la loro posizione, a impossessarsi del potere politico e a sbaragliare i propri avversari.

Quando i consoli chiedono un parere al senato (7 ottobre de 186 a.C.) la lotta politica dei conservatori e della classe senatoria si è conclusa con successo. La repressione dei Baccanali era servitta ottimamente allo scopo. Il partito avverso era stato sbaragliato. Si ritorna allora ad una maggiore cautela. I senatori consigliano i consoli di emanare un editto con una serie di norme che avevano come scopo non di eliminare il culto di Bacco ma semplicemente di regolamentarne l’esercizio e farlo rientrare nel solco della tradizione religiosa romana. Volevano solo evitare che il problema dei baccanali si ripresentasse nel futuro. Le norme dell’editto sono sintetiche, concentrate e neutre. Il discorso rimane rigorosamente giuridico amministrativo e non vi compare nessuno di quegli elementi di natura morale, politica o psicologica dei quali abbonda il racconto di Livio. Le decisioni del senato non accennano minimamente a delitti o a vizi dei Baccanti così dettagliatamente e con tinte fosche sottolineati da Livio.

Bisogna aggiungere che anche nella prima fase Livio sottolinea più volte che l’azione repressiva delle autorità non è contro il culto né tantomeno contro il dio Bacco (Da notare che in tutta la storia di Livio, che si protrae per ben undici capitoli, il nome del dio non è mai pronunciato). L’azione delle autorità è condotta contro un buon numero di malfattori che con la scusa di celebrare i segreti del dio commettono i più atroci delitti e mirano a ribaltare l’ordine statale costituito. Le parole più chiare a dimostrare quest’aspetto sono quelle del console nel suo discorso (contio) al popolo (haec uobis praedicenda ratus sum, ne qua superstitio agitaret animos uestros, cum demolientes nos Bacchanalia discutientesque nefarios coetus cerneretis. omnia diis propitiis uolentibusque [ea] faciemus). Egli sottolinea che la repressione non è contro un dio, ma contro comuni delinquenti e i baccanali non sono santuari veri ma luoghi dove si commettono le più grandi nefandezze. Distruggere questi luoghi non era quindi un’azione contro un Dio ma qualcosa che gli Dei avrebbero senza dubbio apprezzato. Livio amplifica notevolmente i fatti che si riferiscono alla prima fase dell’affare, ma nello stesso tempo tiene a specificare che sotto accusa è una degenerazione romana del culto di Bacco avvenuta ad opera di comuni delinquenti. Il vero culto del dio anche per Livio non è in discussione.

Mi sono infine reso conto che gli errori si prolificano quando i problemi non sono affrontati dal giusto punto di vista, con l’atteggiamento critico neutro e senza preconcetti.

Sulla prima fase dell’affare dei Baccanali (la persecuzione dei seguaci di Bacco) la nostra unica fonte è Livio[5], che descrive tutti gli avvenimenti riferibili ai Baccanali circa due secoli dopo che erano accaduti. Già la distanza cronologica tra i fatti accaduti e il momento in cui essi sono descritti rendeva impossibile una descrizione oggettiva. Egli doveva necessariamente rifarsi alle fonti esistenti, tutte provenienti da elementi delle classi dominanti che avevano certamente avuto interesse a giustificare in ogni modo l’azione repressiva delle autorità del 186 verso il culto di Bacco e a mettere questa religione in cattiva luce. A questo bisogna aggiungere che lo storico scrive in epoca augustea e, in accordo col tentativo di Augusto di restaurazione del mos maiorum, considera pericoloso tutto quello che era in contrasto con esso. E un culto straniero come quello di Bacco era, per molti aspetti, certamente inconciliabile col costume degli avi, pertanto sfrutta tutte le occasioni per metterne in evidenza la pericolosità e a giustificare l’azione repressiva delle autorità. Bisogna quindi stare molto attenti a quello che egli ci racconta.

Egli è sufficientemente affidabile solo quando dà delle notizie storiche. Quando racconta il modo come lo scandalo fu scoperto, parla degli adepti di Bacco o accenna ai loro riti, la sua attendibilità è abbastanza ridotta, talvolta vicina allo zero. Egli rappresenta i seguaci del dio come comuni delinquenti che sotto il velo della religione commettono gravi reati, descrive gli elementi del culto di Bacco in modo chiaramente ostile e prevenuto. Sfrutta tutte le occasioni per metterli in cattiva luce, rappresenta i vari elementi come li vede ed egli li vede con una lente deformante: la sua ostilità pregiudiziale verso il culto straniero.

In breve tutte le notizie che egli ci dà devono essere valutate con molta attenzione e cautela, ma anche con obiettività e senza tesi preconcette. Invece non mancano quelli che si servono di esse in modo strumentale: se le notizie vanno nella direzione da loro prospettata sono vere, altrimenti sono ritenute false o peggio ancora sono passate sotto silenzio. Qualcuno non esita a voler fare dire a Livio quello che egli non ha nemmeno sognato.

Come esempio voglio portare una interpretazione errata di una espressione di Livio che a lungo ha condotto ad una falsificazione della realtà storica. Molti autorevoli critici, per difendere la tesi che i foideratei erano gli alleati Italici, hanno continuato a sostenere con forza che azioni repressive, anche nella prima fase, si svolsero nei territori alleati. Per dimostrare l’intervento romano nelle località alleate durante la persecuzione dei Baccanali, essi si basano esclusivamente sul fatto che Livio ci dice che le operazioni si svolsero non solo a Roma, ma in tutta l’Italia[6], quindi, a loro parere, anche nelle località alleate. Bisognerebbe aggiungere, per l’esattezza, che l’Italia di allora comprendeva ancora non solo territori romani e alleati, ma anche varie località che non erano alleate e non erano state ancora del tutto sottomesse, come per esempio il territorio dei Liguri Apuani che nello stesso anno sconfissero pesantemente l’esercito del console romano Marcio Filippo[7]. Ed è almeno certo che le operazioni repressive non si svolsero in queste località né romane né alleate. Questo e altri elementi inducono a ritenere che Livio con l’espressione tota Italia, almeno nella sua storia sui Baccanali, intenda solo tutta l’Italia proprietà del popolo romano, in pratica quella dei fora e dei conciliabula.

Questo è dimostrato chiaramente proprio dall’unico passo di Livio in cui l’espressione tota Italia si riferisce indirettamente anche agli alleati. Si tratta del brano che ci informa che alla fine della contio del console “un grande sgomento invase tutta la città, né si mantenne dentro le mura della città e nei confini romani, ma si cominciò ad aver paura in tutte le direzioni per tutta l’Italia, quando vi giunsero, per mezzo di lettere di persone che risiedevano a Roma, notizie sul senatoconsulto, sull’assemblea e sull’editto dei consoli”.[8] Mi sembra evidente che qui col binomio tota Italia s’intende tutta l’Italia non solo quella romana, ma solo perché Livio in questo caso sente la necessità di farlo precedere da un’espressione più chiara per specificarlo: Nec (terror) moenibus se tantum urbis aut finibus romanis se continuit e dall’avverbio passim (=in ogni direzione), per un’ulteriore conferma. Da ciò si può facilmente dedurre che quando Livio parla di tota Italia senza aggiungere altri elementi, i fatti che racconta  si mantennero finibus Romanis. Ebbene, questo passo così chiaro ed evidente, da questo punto di vista è stato completamente ignorato da tutti.

L’altro documento che noi possediamo sui Baccanali è molto più interessante in quanto è una copia originale dell’editto dei consoli del 186, Postumio e Filippo, sui Baccanali. Oltre che originale e contemporaneo dell’affare, esso è però anche molto complesso. Si tratta di un editto normativo, una vera e propria legge, che aveva lo scopo di regolare il culto di Bacco per il futuro. Era però una legge approvata in modo irregolare, un atto illegittimo perché non era stata rispettata la normale procedura di approvazione delle leggi romane che diventavano esecutive, solo dopo la loro approvazione da parte del popolo nei comizi. Infatti, i consoli dopo aver consultato il senato, fanno propri i consigli dei senatori e li rendono esecutivi attraverso un loro editto. Con questa nuova procedura, chiaramente arbitraria, un vero e proprio abuso di potere, il popolo è del tutto messo da parte, non ha alcun ruolo.

Comunque l’editto è certamente un documento giuridico che ha delle caratteristiche singolari che vanno tenute ben presenti nell’interpretazione, se non si vuole fraintendere il senso del discorso. Il linguaggio usato è quello burocratico delle cancellerie senatoria e consolare, di molto e da tutti i punti di vista (grafico, fonetico, morfologico, sintattico e lessicale) arretrato su quello corrente. Fortunatamente noi conosciamo molto bene il linguaggio romano corrente nelle prime decadi del secondo secolo AC attraverso le ventuno commedie di Plauto. Esse, infatti, con l’eccezione della Casina (185 AC) furono composte negli anni antecedenti l’affare de Baccanali. Dall’analisi del linguaggio di Plauto possiamo dedurre che il linguaggio corrente era abbastanza simile a quello del periodo classico. Invece se leggiamo il testo dell’editto, possiamo subito notare che il latino usato contiene vari fenomeni linguistici che non sono più presenti nelle commedie di Plauto. Ciò dimostra che il testo mantiene caratteristiche formali che risalgono a molto tempo prima. Per es. il classico Bellonae è nel decreto scritto come Duelonai con du al posto della classica b. Ora il passaggio di du iniziale a b è avvenuto verso la metà del terzo secolo a. C. Pertanto una buona interpretazione del testo presuppone una conoscenza adeguata della storia della lingua latina e in particolare del linguaggio giuridico.

Questo documento va quindi analizzato da punti di vista diversi, non solo storico, ma anche linguistico e giuridico. Sarebbe quindi necessario, per una corretta interpretazione, un lavoro di gruppo con competenze specifiche che è un fenomeno piuttosto raro.

Ho, infatti, potuto costatare che tanti autorevoli studiosi testardamente difendono, su questo documento, tesi indifendibili, eppure basterebbe solo che essi tenessero conto del carattere giuridico del documento, per rendersi subito conto della realtà. Talvolta penso proprio che in tanti studiosi vi sia una specie di rimozione di tutto ciò che potrebbe smentire le loro opinioni.

Voglio adesso brevemente dimostrare come problemi che sembrano difficilissimi hanno una soluzione quasi ovvia se i problemi si affrontano dal verso giusto. Siccome il nostro è un testo giuridico, una vera e propria legge, in esso il linguaggio è caratterizzato dall’uso di parole dal significato preciso, tecnico che evitino possibili fraintendimenti e rendano più chiaro possibile il messaggio che si vuole comunicare. In un documento giuridico, di norma, non sono mai usate due parole che abbiano il medesimo significato, perché ciò renderebbe il messaggio ambiguo. Se nel documento di Tiriolo per ben tre volte per indicare le riunioni delle baccanti è utilizzata la parola “sacra”, dare l’identico significato al termine  bacchanalia è una pura e semplice eresia. Nel secondo divieto si ordina agli uomini, siano essi cittadini romani, di diritto latino o alleati, di non partecipare alle riunioni delle baccanti, a meno che non siano stati autorizzati a farlo. Gli alleati dei Romani in questo divieto sono indicati con il termine preciso di socii[9], ciò significa che nel documento esso è la parola “tecnica” scelta per indicarli. Quando tanti autorevoli studiosi affermano che con foideratei del r. 2 si devono intendere gli alleati Italici, è evidente che essi commettono un altro errore grossolano. Tal errore è ancora più grave perché non si tiene in nessun conto che nella formulazione di una legge penale sempre e ovunque i destinatari non sono mai le comunità, ma i singoli membri della comunità che ne devono rispettare le norme[10]. Pertanto una legge che disciplinava l’esercizio del culto di Bacco doveva necessariamente rivolgersi ai singoli cittadini che dovevano rispettarla. Nel nostro caso, norme che regolavano l’esercizio del culto bacchico non potevano che avere come destinatari i seguaci del culto. Fortunatamente non mancano studiosi che sanno interpretare in modo corretto questo documento. Per esempio Lavency, grande esperto della lingua latina, traduce la frase: De Bacanalibus quei foideratei esent ita exeidendum censuere[11] “«Décision a eté prise de rendre le présent édit à propos des Bacchanales à l’égard des gentes y affiliés». La traduzione evidenzia  che il documento di Tiriolo è un editto (consolare) e i foideratei sono gli affiliati al culto di Bacco.

Voglio terminare con un consiglio: su questo documento, prima di saltare a una qualsiasi conclusione, è necessario leggere attentamente il testo. Non si possono fare affermazioni solo per sentito dire.

 

 

 



[1] Consulo, -is è il verbo tecnico dei magistrati che chiedono un parere al senato (Ernout-Meillet, p. 139).

[2] Ernout-Meillet, p. 172: «Edico : Proclamer un édicte ».

[3] Schwyzer KZ, 37, 1904, p. 149.

[4] Thesaurus, II, 166, 68.

[5] Livio, XXXIX, 8–18.

[6] Livio, XXXIX, 14.7; 17.4; 18.7.

[7] Livio, XXXIX, 20, 4-5: Q. Marcius in Ligures Apuanos est profectus. dum penitus in abditos saltus, quae latebrae receptaculaque illis semper fuerant, persequitur, in praeoccupatis angustiis loco iniquo est circumuentus. quattuor milia militum amissa, et legionis secundae signa tria, undecim uexilla socium Latini nominis in potestatem hostium uenerunt, et arma multa, quae quia impedimento fugientibus per siluestres semitas erant, passim iactabantur. prius sequendi Ligures finem quam fugae Romani fecerunt.

[8] Livio, XXXIX, 17, 4.

[9] Socius, -a, -um: “che accompagna, associato con”. Sostantivato, nella lingua del diritto pubblico, significa “alleato”, soprattutto al plurale (Ernout-Meillet, s.u.).

[10] Albanese Per l’interpretazione dell’iscrizione con norme del SC. (186 a.C.), in «Iuris vincula»,  Napoli 2001, pp. 8-9.

[11]  Lavency, La proposition relative, tome V, volume 2 de la Grammaire Fondamentale du Latin, Paris 1998, p. 62.